«LEAVING MEANING. - Swans» la recensione di Rockol

Il bel canto della disgregazione degli Swans

‘Leaving Meaning’, quindicesimo atto degli Swans, ci riconsegna un Michael Gira grandemente ispirato.

Recensione del 30 ott 2019

La recensione

Di Simöne Gall

C’è qualcosa, nella musica di Michael Gira e del suo ultratrentennale progetto Swans, che rimanda a quei sinistri, penetranti dipinti di Alfred Kubin abitati da gelidi universi, in cui le forme si incuneano l’una nell’altra, i contorni sfumano, e gli oggetti si fondono inseguendo il flusso ininterrotto delle visioni oniriche. Peculiare fu lo stile dell’artista austriaco, tanto quanto lo è il saper cantare la disgregazione dell’anima da cui il tormentato sessantacinquenne newyorchese Gira sa coglierne sostanza, saldandone idiosincrasie e tratteggi con suoni cavi e disarmonici. Album che ti consumano, quelli degli Swans, anche per l’ampliata lunghezza di album doverosamente difficili quali ‘The Seer’ (2012) o il successivo ‘To Be Kind’ (2014). 

Se Michael Gira ha un merito è quello di aver saputo spogliare degli elementi essenziali quella che normalmente possiamo semplicemente considerare musica “rock”. Per definire il progetto Swans nella sua globalità a un neofita potremmo impiegare termini come post-punk, industrial, doom, avant-metal, blues/folk apocalittico, ma tutto questo sarebbe superfluo. Ciò che a Micheal Gira riesce meglio è incutere gelidamente un senso di afflizione pura nell’ascoltatore, catalogando la miseria umana in tutte le sue forme; un’attività che il cowboy nichilista svolge con efficacia ricercata sin da quando, nel 1983, emergeva dalla scena no wave di New York City il tedioso debutto dei Cigni a titolo ‘Filth’. Successivamente, la band avrebbe cominciato ad allargarsi su orizzonti sonori meno abrasivi per tramite di lavori quali ‘Children Of God’ (1987), ‘The Burning World’ (1989) o il bellissimo ‘White Light From The Mouth Of Infinity’ (1991), mantenendo costante quell’amabile, tediosa cupezza da sempre riportata con grande perizia dalla vocalità abissale di Gira.

Oggi il sessantacinquenne, unico membro ufficiale della band, mostra ancora di voler sfidare quella vita che tanto sembra averlo ammaccato, presentandosi al suo pubblico appassionato con un disco, il quindicesimo a nome Swans (ottimamente prodotto dallo stesso Gira), che non ha nulla di futile. Che ‘Leaving Meaning’ possa essere visto come una possibile summa di quanto da lui finora prodotto, includendo anche il progetto Angels of Light, la sua creatura folk nata sul finire degli anni Novanta (dopo un primo scioglimento degli Swans), non sarebbe scorretto. 

‘Leaving Meaning’ è musica fastosamente inquieta, quantunque rifulga in modo carezzevole laddove diluita in episodi uditivi meno spietati (vedi “What Is This?”), ma pur sempre all’insegna dell’iconico e claustrofobico stile Swans. "Sunfucker", “Amnesia”, sono sepolcri di funerea poesia da cui defluisce quella tipica dissonanza che aveva impeccabilmente rappresentato dischi come il già menzionato ‘The Seer’. L’irradiante "Cathedrals Of Heaven” rinfocola con delicatezza - perlomeno in chi scrive - certuni scenari cinematografici lynchani; "The Hanging Man" è un lungo assemblaggio di altera monotonia sonora che si allunga verso i penetrali dell’anima per palpare un inferno che tuttavia resta insondabile. “The Nub”, la più estesa tra le tracce del disco (di cui si apprezza anche la copertina ultraminimale, dal background giallo) è un twang-rock sperimentale e minaccioso senza deviazioni, sparato direttamente dalle rotte industriali newyorchesi. Brano che, tra le altre cose, coinvolge nella registrazione anche il trio australiano jazz/noise/drone dei The Necks, presenti anche nella traccia che dà il titolo all’album. 

Gira, capo supremo degli Swans (completati, nel disco, da Kristof Hahn alle chitarre Larry Mullins alle percussioni e Yoyo Röhm al basso e alle tastiere) si trova, insomma, al suo zenith artistico. Testi e musica si uniscono a indagare il caos dell’anima; attraverso lo specchio contemplativo dello scorrere del tempo, e quindi dei suoi sessantacinque anni, Gira immortala sentimenti di eterea maliconia (come nella bellissima “Annaline”), in un magistrale equilibrio tra ballate di decadente chiaroscuro e sublimi momenti di dissonanza drone/gotica che si dilatano fino alla conclusiva “The Phantom Limb”, contraddistinta da un intrigante esorcismo di voci intersecanti.
Dolore e angoscia sono aspetti al solito efficacemente contemplati da Gira. Tuttavia, nel sottosuolo di questo doppio LP, pare aleggiare una certa dose di speranza e bellezza, una qualità più leggera e sognante che egli riesce a estrarre da elementi a lui familiari quali lo sconforto, la desolazione e la depravazione umana. ‘Leaving Meaning’ è in definitiva un album che porta con sé il richiamo ai ripetuti ascolti, di modo da poter essere meglio assimilato (data anche la sua natura impervia).

Perché, come ha ragionevolmente ricordato il mensile britannico Mojo, nel recensire il disco, "Qualunque sia il clima sonoro, l'austerità spirituale di Gira resta intatta”.

 

TRACKLIST

01. Hums (02:00)
02. Annaline (05:17)
03. The Hanging Man (10:48)
04. Amnesia (05:49)
05. Leaving Meaning (11:21)
06. Sunfucker (10:43)
08. The Nub (12:01)
09. It's Coming It's Real (07:42)
10. Some New Things (07:09)
11. What is This? (06:05)
12. My Phantom Limb (06:26)
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