«BIRTH OF VIOLENCE - Chelsea Wolfe» la recensione di Rockol

Un colpo dato da un pugno di ferro nascosto sotto a un guanto vellutato: il ritorno di Chelsea Wolfe

Inquietudine vellutata. Il sesto capitolo discografico della Wolfe si assesta su di un minimalismo glacial-folk.

Recensione del 16 set 2019 a cura di Simöne Gall

La recensione

Grazie ad album quali ‘Apokalypsis’, ‘Pain Is Beauty’ o ‘Abyss’, l’americana Chelsea Joy Wolfe si è ormai imposta come una delle interpreti più stimolanti dell’attuale panorama indipendente internazionale, grazie a uno stile musicale peculiare soltanto a lei (un miscuglio di suggestioni doom/drone gotiche, melodia e art-folk) e un fascino gelido e innato che non passa certamente inosservato. Il sito popmatters.com ha definito metaforicamente il suono di questo suo nuovo album, ‘Birth Of Violence’, come un qualcosa di simile a “un colpo dato da un pugno di ferro nascosto sotto a un guanto vellutato”. Tesi non errata, tutto sommato. Questa volta la Wolfe ha messo da parte le trame sonore tese e distorte dei suoi lavori precedenti inseguendo un approccio più dolce e particolarmente minimalista. Resta, tuttavia, il suo perenne senso di smarrimento e di inquietudine esistenziale che si manifesta sin dai primi accordi di "The Mother Road" - già divulgato lo scorso giugno come singolo anticipatorio dell’album -, in cui Chelsea lamenta la distruzione ambientale della dea madre terra. Tema di forte attualità che la cantante pone al centro assieme all’orgoglio della lotta post-femminista “nella liquida e perfida malvagità della realtà”. Quello di ‘Birth Of Violence’ vuole essere, nello specifico, un “grido di dolore” - contro i mutamenti culturali americani, la brutalità dell'essere umano e la tanto vituperata società patriarcale - che tuttavia rischia di suonare un po’ scontato.

Per scrivere il suo sesto lavoro, la Wolfe si è rinchiusa nella sua casa in montagna situata nel nord della California, di cui la stessa performer è originaria. Un disco che, specialmente sul versante musicale, richiama a un senso di reclusione, di solitudine. Un disco che rivà al culto della natura sin dalla splendida immagine di copertina, in cui Chelsea, mani strette sull’impugnatura di un coltello, veste un sontuoso abito che a suo dire rimanderebbe a una certa simbologia pagana atta a sancire il suo “battesimo con la natura”. 

La Wolfe questa volta si è spogliata, musicalmente, si intende, portandosi verso il concetto di essenzialità, e dunque distanziandosi quasi del tutto dalla synth-wave ma in particolare - e in modo vertiginoso - dai suoni doom-sludge cari ai suoi precedenti dischi (non c’è un solo pezzo, qui, che ricalchi lo pregnanza claustrofobica di una “Dragged Out”, tanto per capirci).

 “Volevo che tutti i brani di ‘Birth Of Violence’ potessero essere suonati con una chitarra acustica, accompagnati da una voce; è questa l’essenza del disco”, ha dichiarato. Superata la sindrome da stage fright, il terrore di salire sul palco, la Wolfe ha anche assicurato di avere definitivamente acquisito dimestichezza rispetto all’utilizzo del suo strumento naturale, che non per niente risalta prepotentemente lungo tutta la breve durata dell’album. Le liriche le ha composte durante le lunghe ore di attesa trascorse sul suo tour bus, viaggiando tra una città e l'altra nei lunghi tour tra Europa e America. Imbattersi in luoghi e persone diverse le è certamente servito alla causa, ma ciò che l’ha davvero ispirata è stato il pensiero perenne del ritorno a casa, non soltanto intesa come abitazione fisica, bensì come casa mentale entro cui ritrovare la pace e la beatitudine interiore. ‘Birth Of Violence’ riflette quindi la necessità di distacco da tutti e da tutto, nonché la volontà, come ha spiegato la stessa Wolfe nel presentare il disco, di catturare il “qui ed ora”, riportando la sensazione esatta di vivere la ruralità del luogo di montagna che fa da cornice alla composizione dell’album.

Non è scorretto affermare, analizzando i brani, che questa volta Chelsea abbia grandemente attinto da quel tipico retaggio sonoro che rimanda fortemente ai Mazzy Star e alla vocalità di una Hope Sandoval; lo si percepisce, in particolare, già dalla seconda traccia “American Darkness”. "Be All Things" ("Non riesco a smettere/voglio essere tutto", canta Chelsea), "Dirt Universe”, “Erde”, o la successiva “When Anger Turns To Honey”, sono tutti momenti abbastanza carezzevoli e scorrevoli, sì, mai sufficientemente galvanizzanti. Bene l’approccio minimale, ma il rischio, se non si sta attenti, è quello di incappare velocemente nel tedio, data la monotonia della musica qui presentata. “Preface To A Dream Play”, forse il pezzo più evocativo, ci riporta alla Chelsea Wolfe di “Pain Is Beauty”, all’insegna di melodie elettro-noir rarefatte e inumidite di sensuale cupezza vocale. “Highway” rievoca il viaggio on the road su strade a cielo aperto, tra pianure e montagne, mentre "The Storm" prosegue nella lettura sonora di tale paesaggio naturale. 

‘Birth Of Violence’, in conclusione, non è un’operazione propriamente appagante, ma accettata nella sua globalità può comunque risultare un’esperienza di ascolto gratificante. Dipende dai gusti, insomma.

 

TRACKLIST

01. The Mother Road (04:20)
02. American Darkness (04:48)
03. Birth of Violence (04:20)
05. Be All Things (04:20)
06. Erde (03:31)
07. When Anger Turns to Honey (03:09)
08. Dirt Universe (04:36)
09. Little Grave (03:22)
11. Highway (02:50)
12. The Storm (01:07)
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