«AMIR - Tamino» la recensione di Rockol

Le malinconiche note di Tamino

"Amir", il disco di esordio di Tamino

Recensione del 27 ott 2018 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Tamino non è un nome d’arte, Tamino si chiama realmente Tamino. Tamino è nato ad Anversa, in Belgio, anzi nelle Fiandre (da quelle parti ci tengono molto alla precisione). Tamino è nipote, da parte di padre, di un artista – cantante e attore - piuttosto conosciuto nel mondo arabo, egiziano nello specifico, il suo nome era Moharam Fouad. La mamma di Tamino è una antropologa belga. Ed è stata la madre, appassionata melomane, che ha scelto di battezzarlo con questo nome, che poi è quello di uno  dei personaggi principali di ‘Il Flauto Magico’ di Wolfgang Amadeus Mozart. Ed è sempre lei che lo inizia agli ascolti della musica e del cantautorato di un certo genere: Serge Gainsbourg, Tom Waits, John Lennon, Jeff Buckley. Proprio a quest’ultimo si va a pensare guardando l’immagine di copertina del suo disco d’esordio intitolato “Amir”. Sarà per i capelli mossi e, sinistramente, per l’acqua in cui è immerso. L’elemento che si è portato via Buckley a Memphis un triste giorno di primavera di molti anni fa.

Non sappiamo esattamente quale posizione abbia Jeff Buckley nella personale chart di Tamino e quanto fastidio possa dargli ridurre i dodici brani di cui si compone “Amir” – i quali crediamo gli siano costati una buona quantità di tempo, fatica, sudore e immaginazione – a una semplice similitudine. Ma l’ascolto dell’album, le atmosfere malinconiche che lo pervadono, che sconfinano nella tristezza, la voce che cerca gli abissi dell’anima per interpretarle al meglio…insomma, difficile non pensare a Jeff. Ma non solo.

Il melting pot non è sinonimo di automatico successo, ma spesso riesce a regalare, quando funziona al meglio, un risultato maggiore della somma delle sue parti: è questo il caso. Le due anime che per nascita convivono in Tamino – quella europea e quella di matrice araba - si risolvono nella scelta di usare la lingua inglese per i testi delle sue canzoni e, per la maggior parte di esse, di usare a loro supporto la Nagham Zikrayat, una orchestra di esuli mediorientali di stanza in Belgio, che regalano al disco evidenti coloriture provenienti da un’altra cultura. Il risultato è convincente. Parlando di altre affinità musicali, può esistere una certa parentela con i Radiohead meno elettronici, e non è un caso che in “Indigo Night” venga coinvolto Colin Greenwood al basso e una parentela più lontana con i Depeche Mode (“Each Time“).

La parola Amir significa principe ed è un nome abbastanza diffuso nei paesi di cultura araba. Amir è anche il secondo nome di Tamino che nel Flauto Magico (guarda il caso) era un giovane principe. Pensare che possa essere o diventare un principe della canzone è un azzardo forse non condivisibile. Sostenere però che il ragazzo abbia delle buone carte nel suo mazzo da giocare sul tavolo verde dell’industria musicale è molto realistico. Nel Flauto Magico Tamino, nello svolgersi della trama, intraprende un cammino che lo porta infine verso la saggezza. Tutto quel che ora si può dire è che la prima prova è stata superata brillantemente, il tempo della maturità e della saggezza verrà.

TRACKLIST

01. Habibi (05:07)
02. Sun May Shine (04:08)
03. Tummy (03:10)
04. Chambers (04:27)
05. So It Goes (04:55)
06. Indigo Night (04:15)
07. Cigar (04:07)
08. Each Time (05:11)
09. Verses (03:08)
10. w.o.t.h (03:55)
11. Intervals (03:38)
12. Persephone (05:05)
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