«STATO DI NECESSITA' - Carmen Consoli» la recensione di Rockol

Carmen Consoli - STATO DI NECESSITA' - la recensione

Recensione del 02 mar 2000

La recensione

Sembra che la cantantessa abbia sentito l'urgenza di comunicare a tutti i costi che qualcosa, nella sua vita, era cambiato. E che abbia voluto finirlo per forza in fretta, il suo nuovo disco, spinta da un'ansia famelica che non riusciamo a definire, e che forse è sconosciuta anche a lei.
Ascoltatelo tre, sette, dieci volte, quest'album: non vi basteranno per capirlo. Non riuscirete a ricordarvi le musiche, e le parole non vi resteranno impresse - se non sottoforma di frammenti di concetto. Ma se lo affronterete con il giusto spirito, riuscirete a respirarne l'atmosfera. Ci nuoterete dentro, ci galleggerete sopra, ci girerete attorno, ci passerete attraverso. Guidati dalla voce di Carmen, che resterà probabilmente l'unica vostra certezza: l'unico elemento che vi permetterà di non perdervi in questo labirinto di suoni frastagliati, spezzati, incoerenti, a tratti invece sorprendentemente armonici.
Se possiamo consigliarvi, oltre che la sanremese "In bianco e nero" ascoltate subito "L'ultimo bacio", una ballata che si appoggia solo su chitarra e violino. Ci sembra uno di quei pezzi che funzionano subito, così, senza bisogno di nulla tranne che di quattro accordi. E chi l'ha detto, in effetti, che una canzone di quattro accordi non può essere bella? Questa lo è. In questa canzone la voce di Carmen - la certezza di cui parlavamo prima - è in equilibrio pressoché perfetto con gli strumenti. Altrove, non va così. Altrove, lo strano modo che la cantantessa ha scelto per usare le sue corde vocali si fa invasivo, e si divora gli strumenti. Di cui non abbiamo ancora praticamente parlato: invece vale la pena di segnalare che nell'album, per la prima volta, Carmen ha scelto di usare gli elementi di una grande orchestra. E che fiati, ottoni e archi spuntano un po' ovunque e si intrecciano con i "soliti" basso, synth, chitarra e batteria. La cosa non è un male: purché, naturalmente, si tengano in considerazione le riflessioni delle righe precedenti.
Questo non è un disco facile. Il che non vuole affatto dire che sia brutto: però esplora mille soluzioni diverse. Non sceglie di percorrere una strada comoda, ma piuttosto s'inerpica per sentieri stretti e faticosi. Resta rock nella sua anima, ma si apre al jazz, al soul, alla latinoamericana. In questo disco Carmen non ha paura di mostrarsi debole, e di raccontare che è in difficoltà, come in "Non volermi male": "Troppo stanca per pensare/ Forse ero al punto di capirci qualcosa/ Non so più parlare/ Forse è perché non ho niente da dire". Non ha bisogno di dimostrare che è brava, la cantantessa: quello l'ha già fatto in passato, e ora può permettersi di mostrarsi per quello che è. Chiedendo amore (come in "Parole di burro"), facendosi esigente ("Bambina impertinente"), riconoscendosi incoerente ("Novembre '99"): tutte cose che richiedono coraggio, un po' come tagliarsi i capelli corti.
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