«JOKO - FROM VILLAGE TO TOWN - Youssou N'Dour» la recensione di Rockol

Youssou N'Dour - JOKO - FROM VILLAGE TO TOWN - la recensione

Recensione del 21 feb 2000

La recensione

A più di cinque anni di distanza da « The guide (wommat) », l’album che – grazie al successo di « 7 seconds » - aveva fatto girare a sufficienza il suo nome anche presso il suo pubblico non abituale (il brano, cantato in coppia con Neneh Cherry, era arrivato primo nella classifica dei singoli perfino in Italia), il senegalese Youssou N’Dour torna a farsi vivo con un album che si palesa immediatamente come il risultato di un grosso sforzo, tanto compositivo che produttivo. Certo che è difficile racchiudere tre anni di viaggi e cinque anni di musica in un solo lavoro, quasi impossibile farci stare dentro tutto, ma questa è l’impressione che si ha ascoltando i 16 brani che compongono la scaletta di questo lavoro. Sullo Youssou N’Dour cantante, per quanti lo conoscono, c’è poco da dire, mentre molto sarebbe da spiegare per quanti ne ignorano il lavoro fatto fino ad oggi e le qualità: Youssou ha iniziato a cantare sin da bambino a Dakar, nella sua città, dove la sua popolarità ha assunto da subito dimensioni fenomenali: merito di un genere musicale, lo mbalaax, che modernizzava la musica africana, e di una voce senza uguali. Da allora Youssou ha cantato per l’Africa, per le platee europee insieme a Peter Gabriel, per il mondo agli ultimi Campionati Mondiali di Calcio in Francia. E ha viaggiato: come Ambasciatore dell’UNICEF ma anche come semplice individuo, e ha attraversato Africa, Spagna, Inghilterra, Stati Uniti, raccogliendo idee e spunti per un album di dimensioni e statura internazionali. Molto invece c’è ancora da dire sullo Youssou N’Dour musicista, che in questo album gode della collaborazione di grandi produttori e interpreti: ci sono Sting e Peter Gabriel, presenti in due brani, e poi Wyclef Jean, deus ex-machina dei Fugees e coinvolto nella produzione di tre brani, tra cui la cover di “Don’t look back” dei Temptations, esperimento assai riuscito di vibra soul e atmosfere africane, e ancora Johnny Dollar, già al fianco di N’Dour in “7 seconds”, e Brian Tench, al missaggio di tre brani. Il tutto ad evidenziare quello sforzo di internazionalità di cui si diceva sopra e che è evidenziato anche dal lavoro fatto sui testi dell’album. “Joko” – parola che in lingua wolof sta ad indicare il link che conduce a qualcosa di positivo e sconosciuto – abbraccia tematiche differenti, che vanno dai sans papiers della Eglise St. Bernard(“Mouvement”) alla donna del villaggio africano che si prende cura di tutti i bambini (“Yama”), dall’omaggio al giovane re del Senegal (“Birima”) alla relazione tra Africa e mondo anglosassone (“This dream”, dalla frase ripetuta dal computer che diventa titolo di una canzone d’amore (“Please wait”) al ritratto di una nuova Africa (“New Africa”). Il tutto ampliano il più possibile i confini naturali della sua musica senza però mai lasciarla snaturare dalle influenze e dai contributi esterni, neanche quando essi sono così forti da sembrare dominanti (è il caso dei tre brani realizzati con Wyclef Jean). “Joko” è il ritratto ideale dell’Africa di Youssou N’Dour: giovane, aperta, offesa dalla mancanza di considerazione ricevuta fino ad oggi, pronta al cambiamento e già radicata nel domani, e al tempo stesso indissolubilmente legata al proprio passato. Questo afropop potrà far storcere il naso ai puristi dell’etnico a tutti i costi, ma contiene canzoni moderne e piene di profondità e di respiro. Senza confini.
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