«AMERICAN UTOPIA - David Byrne» la recensione di Rockol

Byrne è sempre Byrne...

Un nuovo album solista per il capoccia dei Talking Heads (ma non solo)...

Recensione del 05 mar 2018 a cura di Andrea Valentini

La recensione

E chi l’ha detto che l’arte – magari anche impegnata – deve essere una mattonata su una tempia, di quelle che ti fanno solo sperare di arrivare al più presto al divano per sintonizzare il decoder su “Uomini e donne”, in modo da compensare con un po’ di sana ignoranza? In effetti, credo che nessuno abbia mai emesso un simile diktat, anche se molti hanno deciso che si faceva così. Potere della suggestione e del volersi prendere troppo sul serio… per paura di non essere presi sul serio.

David Byrne, ex deus ex machina dei Talking Heads, nonché artista poliedrico e dai molti talenti, non ci è mai cascato e – per fortuna – continua per la propria strada.

Questo “American Utopia” (primo disco solista da 14 anni a questa parte), infatti, è una specie di raccolta di istantanee che ritraggono gli USA contemporanei con occhio spietato, sguardo lucido e punti di vista a volte sorprendenti (nel testo di “Bullet”, per fare un esempio, a parlare è un proiettile che viene sparato contro a una persona: “The bullet went into him / His skin did part in two / Skin that women had touched / The bullet passed on through”) – ma non manca mai un elemento che aggiunge una vena leggera, a tratti sorniona e scanzonata.

La tagliente nitidezza delle osservazioni che Byrne si concede e ci regala è sempre accompagnata da un umorismo tongue-in-cheek, come dicono gli americani. Con perle del calibro di “cockroach may eat Mona Lisa, the pope don’t mean shit to a dog” (“lo scarafaggio potrebbe anche mangiarsi la Gioconda, il Papa non significa un cazzo per un cane”); oppure “Now the chicken imagines a heaven / Full of roosters and plenty of corn / And God is a very old rooster / And eggs are like Jesus, his son” (“Ora il pollo si immagina un paradiso pieno di galli e con tanto granturco, e Dio è un gallo vecchissimo e le uova sono come Gesù, suo figlio”).

Sarcasmo e ironia dunque, ma anche la chiara volontà di creare un tappeto sonoro che non sia pesante e asfissiante. Già perché, a dispetto delle tematiche, le canzoni di “American Utopia” hanno spesso aperture melodiche sorprendenti o semplicemente divertenti. Non cadono nel pozzo oscuro e autoindulgente della cupezza opprimente a ogni costo. Anzi. E qui entra in gioco, mettendoci lo zampino fatato, quel geniaccio di Brian Eno, che dell’album è stato uno dei cardini a livello di genesi e composizione (ma non sottovalutiamo la pletora di altri collaboratori che Byrne ha invitato a vario titolo, fra cui Rodaidh McDonald, Patrick Dillett, Joey Waronker, Isaiah Barr, Thomas Bartlett, Daniel Lopatin, Sampha…).

Come suona, quindi, “American Utopia”? Suona Byrne al 100%, il che significa che è un bel mosaico variegato, costruito con tessere di pop raffinatissimo, wave, elettronica colta, suggestioni world e un pizzico – ma proprio poco – di rock. Eccentrico, divertente, profondo. E pieno di talento.

TRACKLIST

01. I Dance Like This (03:33)
04. Dog's Mind (02:29)
05. This Is That (04:31)
07. Bullet (03:09)
10. Here (04:13)
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