«RUINS - First Aid Kit» la recensione di Rockol

“Ruins”, le First Aid Kit, ancora una volta con sentimento, alla scoperta della tradizione americana

Cuori infranti e piccoli rimedi alcolici: da Stoccolma, il moderno folk delle sorelle Johanna e Klara Söderberg. La nostra recensione

Recensione del 24 gen 2018 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Se pensiamo alla chitarra slide e alle atmosfere bucoliche, la Svezia non è certamente il primo paese che salta alla mente. Eppure, nonostante un passaporto scandinavo, le sorelle Söderberg hanno fatto del mito della tradizione Americana una resa d’amore incondizionata, aggiungendovi un sano gusto nordeuropeo per le melodie suadenti.

L’ultimo lavoro “Ruins” arriva dopo oltre tre anni da “Stay Gold” del 2014, l’album che ha unito gli intrecci armonici a stelle e strisce a una fresca nostalgia che Klara e Johanna evidentemente trasmettono con la loro aria un po’ hippie, compiendo quella piccola rivoluzione che di fatto le ha proiettate da un lato all’altro dell’Atlantico. Nel nuovo disco le coordinate rimarcano quanto già tracciato, ma con una rinnovata consapevolezza che forse le fanciulle di Enskede hanno acquisito attraverso le esperienze maturate nel corso di una carriera che, a dispetto della giovane età, è ormai decennale. Un percorso che da una cameretta alla periferia di Stoccolma le ha portate alla collaborazione importante con "Mr. Third Man Records" Jack White, a condividere il palco con Patti Smith e, di fatto, imporsi come moderne lolite di un folk leggero e genuino.

“Ruins” risulta meno diretto del suo fortunato predecessore, con molteplici influenze che, pur derivando più o meno apertamente dal composito filone country, si sfilacciano in sfumature differenti e stratificate. Il salto in avanti fatto dalle due sorelline è quello di un album registrato con calma, tra la vecchia Europa e un ben frequentato studio di Portland, con la produzione affidata a Tucker Martine e Peter Buck presente con la sua chitarra in sette tracce su dieci, quasi a rendere la cortesia fatta ai R.E.M. con l’appassionante rilettura di “Walk unafraid” per la colonna sonora del film “Wild”. La dolcezza del disco non fa alcuna pressione nel farsi largo, tra tessiture vocali e arpeggi, ma ciò che rimane è la sensazione, coraggiosa, di Klara e Johanna di voler dare maggiore spessore alla propria musica.

È soprattutto nei momenti meno canonici che “Ruins” mostra la voglia del duo di spingersi oltre per esplorare soluzioni nuove come piccoli accenni di elettronica, distorsioni, rumorismi e canzoni dalla struttura più complessa. Senza stravolgere la propria sostanza quindi, ma riempiendo gli spazi di quel sound retrò dal quale le svedesine riescono ad attingere con naturale evidenza, da Emmylou Harris a Joni Mitchell, passando ovviamente per l’immaginario seventies e il movimento revival alla Fleet Foxes a loro tanto caro.

I brani mostrano il carattere agrodolce di un disco che nasce dalle emozioni contrastanti di una rottura sentimentale, quella della bruna Klara, che ne ha influenzato l’intera scrittura. In avvio di programma “Rebel heart” si distingue per la sua ruvida bruma che sfuma in una coda strumentale con i fiati dal sapore mariachi che ricordano non poco gli scenari di frontiera musicati dai Calexico, in apparente contrasto con la dolce uggia di “Fireworks” e delle zuccherine ballate “Postacards” e “It’s a shame”, quest’ultima scelta come singolo di apertura. Gli archi della acustica “Ruins” spostano invece l’attenzione sulla realtà fragile che segue la fine di una relazione, così come il coro ebbro di “Hem of her dress” cela le ferite di un cuore curato con qualche brindisi di troppo. Alternando quindi presente e passato, il confine del vecchio folk si allontana per una rinnovata sensibilità che passa per l’introversa “Distant star” e il ritornello emozionale di “My sweet love”, fino a perdersi nella deriva noise della conclusiva “Nothing has to be true” in un liberatorio suono bianco.

Arrivate al traguardo del quarto disco, le sorelle Söderberg si raccontano dunque in un album anacronistico, intimo e sentito, pacato, ma non per questo meno irruente, che parla di perdita, separazione, fratellanza e amore, senza mai rinunciare a quella loro immagine pulita, del tutto in contrasto con la mercificazione di certo pop da classifica. La conferma di due ragazze non ancora trentenni che, tornando sui propri passi, riescono ad andare oltre la loro riverenza verso il modello americano.

TRACKLIST

01. Rebel Heart (05:23)
02. It's a Shame (03:58)
03. Fireworks (04:14)
04. Postcard (03:46)
05. To Live a Life (03:12)
06. My Wild Sweet Love (03:54)
07. Distant Star (03:08)
08. Ruins (03:31)
09. Hem of Her Dress (03:23)
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