«BACK IN BLACK - AC/DC» la recensione di Rockol

Campane a morto per una resurrezione

Il disco a lutto degli AC/DC. Il disco della rinascita degli AC/DC. Ecco a voi "Back In Black", ristampato su vinile

Recensione del 10 nov 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Campane a morto per una resurrezione.
Se vi sembra un ossimoro, forse non avete mai avuto a che fare seriamente con “Back In Black” degli AC/DC. Perché quando ti muore (assiderato? Soffocato dal vomito? Di overdose?... non è mai stato chiarito al 100%) il cantante – Bon Scott nella fattispecie, un animale infernale di quelli che si incontrano una volta sola in una vita, nel migliore dei casi – proprio mentre stai per esplodere sul mercato mondiale, dopo anni di gavetta e morsi nel ferro, ecco allora è davvero dura. E per tirarsene fuori dignitosamente, senza perdere il momentum, bisogna cacciare fuori palle, anima, chitarre e strafottenza. Come hanno fatto gli AC/DC nel primo album dopo la scomparsa di Bon, con Brian Johnson alla voce.

Quindi la situazione è questa: Bon è morto e gli AC/DC devono dare un seguito al (tragicamente) profetico “Highway To Hell”. La musica è già scritta, i testi sono da imbastire con l’aiuto del cantante nuovo arrivato, ma ci si gioca il tutto per tutto: come la prenderanno i fan, ora che uno dei due uomini-icona del gruppo è sdraiato a tempo indeterminato sotto a tre metri di terriccio umido?

È così che quei colpi di campana a morto posti in apertura, subito prima del riff da pelle d’oca che sostiene “Hell’s Bells”, rappresentano al contempo una dichiarazione d’intenti e un epitaffio: i “vecchi” AC/DC sono un ricordo. Benvenuti agli AC/DC più metallici, duri, moderni e incazzati. Oltre che, per loro fortuna, più scafati e capaci di muoversi nei meandri della discografia contemporanea. Dalla tragedia, nasce una band ancora più solida e determinata.

Con quattro settimane (fra aprile e maggio del 1980) di registrazioni a Compass Point, a ovest di Nassau, sull’isola caraibica di New Providence, e poi 12 giorni  di mixaggio agli Electric Lady Studios di New York, gli AC/DC - aiutati dal produttore Mutt Lange, che diverrà fondamentale per il loro sound - riescono nell’impresa di pubblicare non solo un grande disco, ma alcuni fra i pezzi migliori di tutta la loro carriera: la title track è uno dei loro brani più ancorati nella cultura popolare… basti pensare che l’hanno coverizzata anche Santana, i Muse, Shakira, i Foo Fighters e i Living Clolour; in più è stata campionata da Nelly, Limp Bizkit, Eminem, Public Enemy, Beastie Boys e Boogie Down Productions.

Ma cosa ha di speciale “Back In Black”? Tanto. Eppure nulla a ben vedere… nulla se si ragiona secondo canoni di ricerca di spettacolarità e sperimentazione. In realtà Dave Stewart degli Eurythmics coglie, parlando del disco, proprio il punto fondamentale, concentrandosi sul concetto di dinamica, che nell’ascolto di questo album ti travolge come una colata lavica, bruciando, elettrizzando ed esaltando i sensi:

I puristi del suono vorranno sempre cercare di catturare e riprodurre l’intera gamma di dinamiche della performance di un artista. Se vai in un teatro lirico, uno buono, riuscirai a sentire gli attori anche se sussurrano; e quando gridano il messaggio arriverà a tutto il pubblico, senza la minima distorsione. Registrare la musica è lo stesso. Ma i mezzi di diffusione sono molto diversi, per cui ci sono trucchetti differenti da usare a seconda del tipo di messaggio che si vuole mandare. Strumenti come la compressione, il limiting e il loudness sono stati concepiti per accentuare le finezze, non per attenuarle. Sono pensati per un pubblico disattento, che magari ascolta musica solo al supermercato, per cui ogni tipo di messaggio musicale deve essere ficcato a forza nelle loro orecchie in ogni occasione possibile. ‘Back In Black’ funziona perché è un’ottima riproduzione di una grande performance e dell’ambiente in cui è avvenuta. La voce di Johnson è splendidamente bilanciata fra lo spazio ambientale, le due grandissime chitarre elettriche, un bassista e un batterista, tutti che suonano con trasporto genuino: il pezzo è un vero momento di godimento paradisiaco per le orecchie. Una dinamica minore indebolirebbe il messaggio, mentre una più accentuata farebbe venire sonno ai metallari. Il punto è che in questo caso le parti calme prendono il pubblico esattamente come quelle più potenti. E questo è esattamente ciò di cui un tecnico parla, quando si riferisce allo ‘spazio’ – lo spazio dinamico. Lo spazio che viene riprodotto con strumenti tecnici e grazie a cui noi, gli ascoltatori, riusciamo a ‘sentire’ un performer.

Con “Back In Black” e il sound che introduce inizia la nuova era degli AC/DC, che sono destinati a raccogliere grandi successi, perdendo – però – parte dell’essenza sanguigna e urticante che li aveva contraddistinti. Forse questo è il loro ultimo vero capolavoro (se si esclude qualche colpo di coda posteriore, ma mai del tutto all’altezza), grazie anche all’aura aleggiante di Bon Scott che sembra essere presente, come un fantasma delinquente, in ogni nota del disco. Veglia sui suoi ex compari, passa il testimone a Brian e, forse, dà anche la propria benedizione per un nuovo corso che gli sarebbe stato stretto, ma non avrebbe potuto evitare.

Un ascolto forte, capace di segnare anche a 37 anni di distanza, impreziosito dal supporto vinilico e da un'opera di remastering ad hoc.

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