«COLORS - Beck» la recensione di Rockol

Un Beck più pop, alle prese con una crisi di mezza età.

25 anni di carriera discografica e tredici dischi ufficiali per uno degli artisti più geniali della scena pop rock contemporanea. Questa volta Beck decide di andare sul territorio pop più canonica. Non è certo il suo miglior disco.

Recensione del 16 ott 2017 a cura di Michele Boroni

La recensione

Ogni disco di Beck (tredici per la precisione) è una storia a sé, ognuno con un'intenzione programmatica ben definita. Il pastiche post-moderno di “Odelay”, il funk divertito di “Midnite Vultures”, le mille innovazioni di “The information” e il rock retrò attualizzato di “Modern Guilt”, per non parlare delle riedizioni dei classici di “Record club” e dell'esperimento attraverso le partitute di “Song Reader”.

Al venticinquennale della sua carriera discografica, “Colors” rappresenta il suo disco più squisitamente pop. Così come dopo l'intimismo malinconico e semiacustico di “Sea Change” (2002) arrivò il pop rock meticcio di “Guero”, ecco che dopo il folk californiano e solare di “Morning Phase” del 2014 il biondo Hansen torna con un lavoro dal segno opposto.

In tutti i dischi di Beck l'impressione è sempre stata quella di una precisa volontà del geniale cantautore di voler immergersi in uno stile che lo ispirava in quel momento - al di là delle mode del periodo, anzi spesso in aperta controtendenza – e posare il suo particolare sguardo e approccio.

Questa volta invece pare che il preciso obiettivo sia proprio quello di sfruttare lo zeitgeist culturale della musica contemporanea pop, quello di Pharrell, Taylor Swift e del nuovo Calvin Harris, per intenderci. Come ha raccontato direttamente a Rockol nell'intervista di Davide Poliani, per questo disco ha lavorato in coppia con il suo vecchio tastierista Greg Kurstin, ora diventato produttore pop di gran successo (Adele, Pink, ma anche l'ultimo dei Foo Fighters) la cui mano di “normal pop” si sente specialmente nei brani inediti – dal 2015 a oggi Beck ha fatto uscire 4 singoli contenuti in questo “Colors”.

La title track ci regala un Beck che più Beck non si può: riff melodico suonato da un'ocarina, clap-hands, cori che sembrano usciti da “White Lines” di Grandmaster Flash, come pure “Dear Life” con quella tastiera tipicamente beatlesiana ma con quel retrogusto malinconico di Elliot Smith. Una meraviglia: melodie accattivanti e di presa rapida, ma sempre con quelle soluzioni da artigiano del pop-rock che spiazzano e che ti viene voglia di riascoltare. Insieme a queste però ci sono pezzi power pop che sembrano la colonna sonora di un video degli Ok Go (“I'm so free”) o hit di Megan & Sara (“Seventh Heaven”) , altri che imitano Bruno Mars quando imita i Police (“No distraction”) e altri che sia per titolo sia per esecuzione (“Fix you) sembrano una copia dei Coldplay.

Per carità, stiamo sempre parlando dell'unico artista contemporaneo che può essere paragonato sia a Prince sia a Bob Dylan senza scandalizzare nessuno, colui che riesce a comporre un funk tutto in minore (“Dreams”) con un testo giocato sui mille significati contrastanti del sogno, e a scrivere l'ironica “Wow” dove “jujitsu” fa rima come con “girl with a shin tzu”, ma l'impressione è di trovarci di fronte a un talentuoso artista in preda a una sorta di crisi di mezza età con la voglia di fare un disco pop, senza pensarci troppo – anche se la gestazione di “Colors” è durata più di 2 anni – e senza riuscirci pienamente.

TRACKLIST

01. Colors (04:21)
02. Seventh Heaven (05:00)
03. I'm So Free (04:07)
04. Dear Life (03:44)
05. No Distraction (04:32)
07. Wow (03:42)
08. Up All Night (03:10)
09. Square One (02:55)
10. Fix Me (03:13)
11. Dreams (05:14)
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