«TFCF - Liars» la recensione di Rockol

Liars: leggi qui la recensione di "TFCF"

A tre anni di distanza dal precedente "Mess" i Liars di Angus Andrew, oramai titolare unico del progetto, tornano con un nuovo disco d'inediti all'insegna di un elettronica grottesca e sperimentale.

Recensione del 10 set 2017 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Difficile da digerire, ma facile da capire. Direi che il nuovo album targato Liars si può tranquillamente sintetizzare così. Liars che poi non sono più una band (prima trio, poi duo) ma un solo project a tutti gli effetti: dopo l’uscita di Aaron Hemphill dal gruppo il titolare unico della cattedra è rimasto Angus Andrew; una piccola rivoluzione che ha portato il già bizzarro Andrew a esplorare nuovi simpatici orizzonti di stramberia. Perché è proprio da questo evento traumatico, la separazione tra Hemphill e Andrew, che nasce “TFCF”.

“TFCF” è il nono album di casa Liars. Il riassunto delle puntate precedenti vede la band passare dal post punk alla no wave fino a trasformarsi più di recente in band quasi completamente elettronico/sperimentale a schema libero. Dopo il buon “Mess” del 2014, album il cui titolo è già un programma, i Liars hanno dovuto affrontare un periodo contraddistinto appunto dalla separazione tra due dei membri fondatori della band. Separazione che vede Andrew prendere la decisone di proseguire il cammino che per diciassette anni lo sta vedendo protagonista ed iniziare così a ragionare in termini solisti.

Il primo frutto di questo ragionamento è un'opera che parla proprio di questa separazione: “TFCF”, il titolo del disco, è un acronimo che sta per Theme From Crying Fountain, dove la parte della fontana piangente la recita proprio Andrew, un artista rimasto malinconicamente orfano della sua dolce metà (creativa). Ecco spiegato il perché della copertina del disco, scatto grottesco che ritrae il buon Angus in abito da sposa, seduto al tavolo di un discutibile ristorante con di fronte una torta altrettanto discutibile, decorata con una glassa a forma di L. E se in questo ritratto la sposa abbandonata sembra sembra sull’orlo di un crollo psicologico, è perché probabilmente questo crollo è effettivamente avvenuto. Dopo il "divorzio", per realizzare il disco Andrew si è auto isolato in un luogo remoto della natia Australia (c’è chi dice nella foresta, chi su un’isoletta), un luogo inaccessibile in cui poter esplorare il proprio dolore vagando nei meandri di una mente musicale ormai dedita alla composizione di brani completamente liberi da qualsiasi forma precostituita.

Da questo isolamento Andrews è riemerso con dodici pezzi, ovviamente scritti, prodotti e registrati in autonomia, in cui la grottesca malinconia che ha preso possesso dell’artista si è fatta suono. Un suono fondamentalmente elettronico su cui si vanno ad installare le declamazioni quasi poetiche di un novello Mark Kozelek, nettamente meno polemico dell’originale e a volte più interessante, in pieno flusso di coscienza. Dodici pezzi che tecnicamente pescano a piene mani da precedenti produzioni di casa Liars andando a riprendere stralci e bozze di vecchi pezzi qui (ri)lavorati a dovere per potersi reggere in piedi in sicurezza con l’aggiunta di field recordings realizzati direttamente sul luogo dell’isolamento creativo. Uccelli, rami, foglie, vento… Il tutto con lo scopo di dare una panoramica completa dello stato d'animo di Andrew, artista in fase di riappacificamento con il mondo circostante. 

Anticipato da “Cred woves”, pezzo che va considerato a tutti gli effetti il singolo, “TFCF” è un disco innegabilmente interessante, merito di un artista particolare che racconta una storia sghemba ma che paradossalmente non perde mai troppo la testa. Perché una coerenza di fondo, formale e sostanziale, effettivamente c’è, e questa coerenza rende il tutto ancora più interessante. Serve tempo per capirci qualcosa, ma ci si arriva. Se quindi da una parte è facile capire di che cosa parla il disco, da dove arriva e perché suona in questo modo, dall’altra, vista la forma scelta dall’autore, l’operazione di ascolto non è delle più semplici. Detto questo, come disco alla fine lo consiglio: è un po’ difficile da digerire, ma…

TRACKLIST

01. The Grand Delusional (03:35)
02. Cliché Suite (03:36)
03. Staring At Zero (02:34)
04. No Help Pamphlet (03:26)
05. Face To Face With My Face (04:25)
07. No Tree No Branch (03:31)
08. Cred Woes (03:46)
10. Ripe Ripe Rot (02:45)
11. Crying Fountain (02:05)
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