«A WALK WITH LOVE AND DEATH - Melvins» la recensione di Rockol

Un doppio album per i Melvins... un disco double face

La prima volta dei Melvins su doppio album è bella e così-così allo stesso tempo

Recensione del 20 lug 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Il tempo vola… ed è così, con una frase di una banalità disarmante, che ci accorgiamo del fatto che i Melvins, re dello sludge e del pre-grunge (chiedete a Cobain & co. a chi si sono ispirati, volenti o nolenti), alla fine sono in pista dal 1983. Il che significa quasi 35 anni. Sette lustri: roba seria. Fermiamoci un attimo a pensare che è quasi più un miracolo che una band come i Melvins sia in giro da 35 anni piuttosto che i Rolling Stones da 50 o più: gli Stones sono leggende, ma il loro sound è innegabilmente più inclusivo, trascinante e capace di mettere d’accordo tante persone.

Chi potrebbe dire lo stesso dei Melvins? Nessuno. Perché i Melvins sono ostici. Una band di rottura. Certo, la crepa l’hanno aperta tanto tempo fa, ma sembrano non essersi stancati di rigirare il dito nella piaga, quindi eccoli con il loro primo doppio album di sempre, fedeli alla propria nomea, ma capaci di farsi ascoltare senza troppe cadute nel revival di se stessi. Anzi.

“A Walk with Love and Death” è in pratica una combinazione di due dischi riuniti assieme: il primo, “Death”, è di fatto il nuovo album della band di King Buzzo e Dale Crover, con nove brani di Melvins sound senza compromessi, in cui la formula perfezionata in tanto tempo – fatta di riff viscosi come melassa, mood opprimente e claustrofobico, tempi rallentati come dinosauri congelati e pesantezza – viene riproposta con grande mestiere. Per dare un’idea tangibile, basti pensare che l’incipit ricorda da vicino i fasti del singolo epocale “Night Goat/Adolescent Wet Dream”… un attacco sludge, drogato, fatto di Roipnol sciolto nella birra come usava negli anni Ottanta fuori dai giri della Milano da bere, più vicini a quelli della provincia da pere. Insomma, ci siamo davvero.

Il secondo disco, invece, si chiama “Love” ed è un esperimento decisamente più ostico e azzardato… si tratta della colonna sonora dell’omonimo cortometraggio diretto da Jesse Nieminen e l’atmosfera cambia radicalmente. Pure troppo, vien da dire. Già, perché una mezza dozzina abbondante di frammenti sonori costruiti su field recording, campionamenti, sonorità ambient o giù di lì, melodie smontate e rumore sconclusionato non sono certo un ascolto facile o accattivante, soprattutto se avulsi dal contesto visuale per cui sono stati creati. Morale: il secondo dei due dischi è superfluo, lascia il tempo che trova se non, addirittura, fa calare l’entusiasmo per l’intera operazione… forse sarebbe stato meglio farlo uscire in separata sede oppure distribuirlo in digitale, a disposizione dei fan più completisti e hardcore.

TRACKLIST

01. Black Heath
02. Sober-delic (Acid Only)
03. Euthanasia
04. What's Wrong with You?
05. Edgar the Elephant
07. Christ Hammer
08. Cactus Party
09. Cardboa Negro
10. Aim High
11. Queen Powder Party
12. Street Level St. Paul
13. The Hidden Joice
14. Give It to Me
15. Chicken Butt
17. Scooba
18. Halfway to the Bakersfield Mall
19. Pacoima Normal
20. Park Head
21. T-Burg
22. Track Star
23. The Asshole Bastard
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