«INVITATION - Filthy Friends» la recensione di Rockol

Filthy Friends, il supergruppo di Peter Buck e Corin Tucker: la recensione

R.E.M. + Sleater-Kinney = Filthy Friends. Se vi piace il rock americano alternativo, non potete perdere il disco di debutto della band di Peter Buck e Corin Tucker

Recensione del 31 ago 2017 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Dopo che si sono sciolti i R.E.M., ho seguito con affetto ma con un po' di disillusione le carriere soliste dei superstiti. Sapevo che avrebbero tenuto un profilo basso. Immaginavo che Stipe si sarebbe allontanato dalla musica, riponevo un di speranze in Mills (che invece ha cazzeggiato e pubblicato un disco di musica rock da camera), e mi sono divertito a vedere cosa combinava Peter Buck: anche lui tanto cazzeggio con band amiche, e tre dischi solisti, pubblicati solo in vinile in poche copie, in parte con la sua voce roca e sgraziata, in parte con qualche ospite a cantare. Quasi sempre quel suono là di chitarra, unico e inconfondibile. 

Nascosta nel primo album c'era una canzone molto bella: "Nothing means nothing". La voce era quella di Corin Tucker delle Sleater-Kinney, su una base remmiana fino al midollo. I due si conoscevano (il marito di lei, Lance Bangs, ha spesso lavorato per i R.E.M. come regista di video), ma non avevano mai collaborato prima. Funzionava alla perfezione. Qualche tempo dopo ho letto che i due pensavano di mettere assieme una band. Poi Buck ha continuato a cazzeggiare e pubblicare dischi solisti. Nel 2014 Tucker ha riunito la sua band. 
Ci sono voluti 5 anni, ma alla fine ecco il risultato: i Filthy Friends, con un'altra buona parte di R.E.M. (Scott McCaughey e Bill Rieflin, mebri aggiunti del gruppo nel suo ultimo decennio).

E il risultato vale l'attesa: "Invitation" è un bellissimo album che genererà un tuffo al cuore non solo agli amanti delle due band, ma a quelli del rock americano "alternativo" (come lo si chiamava negli anni '90).

Buck ha sfoderato la chitarra elettrica come raramente ha fatto negli ultimi anni dei R.E.M., con suoni che spesso rimandano alle origini del gruppo, a "Murmur" e "Reckoning" ("Any Kind of Crowd"). La voce della Tucker funziona perfettamente su queste strutture e su canzoni dritte e brevi (solo le prime due sono attorno ai 4', tutte le altre viaggiano tra i 2' e i 3').

Insomma, "Invitation" è il primo disco post-R.E.M. in cui un membro del gruppo fa sul serio, e non per divertimento. E ci riesce alla perfezione, senza inseguire successi planetari, ma facendo quello che ha sempre fatto: sano rock chitarristico, che cita i classici (Patti Smith, Television, Pixies), riconoscibile senza essere una copia di quanto fatto dalle band di origine.

Al di là delle (mie e non solo) nostalgie remmiane, un lavoro perfetto per gli appassionati di genere. Speriamo che sia solo il primo lavoro del gruppo, e speriamo di vederli anche dalle nostre parti.

TRACKLIST

01. Despierta (04:19)
02. Windmill (03:56)
03. Faded Afternoon (03:19)
04. Any Kind of Crowd (03:15)
05. Second Life (02:38)
06. The Arrival (02:20)
07. Come Back Shelley (03:59)
08. No Forgotten Son (03:13)
09. Brother (03:43)
10. You and Your King (03:10)
11. Makers (02:22)
12. Invitation (02:34)
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