«TO THE BONE - Steven Wilson» la recensione di Rockol

Non è prog, non è pop: è Steven Wilson

Non chiamatelo prog rocker. Steven Wilson è qualcosa di diverso e nel quinto disco solista “To the bone” s’avventura nel mainstream. Risultato: il disco di un musicista che usa il vecchio pop-rock per raccontare di terrorismo, immigrazione, post verità.

Recensione del 31 ago 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Per il Telegraph è l’artista britannico di maggior successo di cui non avete mai sentito parlare. Per il Guardian è il prog rocker che scala le classifiche senza che nessuno se ne accorga. Lui manco si considera un musicista progressive, però ammette che per il mainstream è invisibile. In Italia Steven Wilson ha un pubblico fedele e “To the bone” è entrato al numero 14 della classifica degli album (in Inghilterra al 3). Vederlo fra Riki, Gué Pequeno, “Comunisti col Rolex” e Thegiornalisti fa uno strano effetto, ma è lì che Steven Wilson vuol stare. Ha inciso “To the bone” con l’idea di fare un grande disco pop come li si produceva negli anni ’80. Ha preso a modello “So” di Peter Gabriel, “Hounds of love” di Kate Bush, “Seeds of love” dei Tears for Fears, “The colour of spring” dei Talk Talk, dischi sinceramente popolari, ma figli d’un talento musicale e d’un gusto per la scrittura andati perduti – o superati dal tempo, da un altro punto di vista.

Quei dischi, ci ha detto Wilson, avevano più livelli di lettura: ritornelli cantabili, ma anche arrangiamenti stratificati, testi interessanti, grandi performance musicali. “Oggi non vedo nessuno in giro in grado di fare musica con quel tipo d’ambizione restando nei confini del mainstream”. Ci ha provato lui e ci è riuscito a metà. “To the bone” è un ottimo disco, ben suonato e arrangiato, più tradizionalmente rock di quel che fanno pensare i tre brani scelti per presentarlo (“Pariah”, “Song of I”, “Permanating”). Si basa soprattutto sul songwriting, frutto di un processo di semplificazione e della volontà di focalizzarsi su melodie dirette, semplici, vecchia scuola che lo rende forse il lavoro più godibile dell’artista inglese, senza sacrificare la cura per i dettagli. Al lavoro mancano però l’originalità e i picchi di scrittura degli album presi a modello, ma la cosa era scontata, quelli erano capolavori destinati a rimanere nel tempo. Di “To the bone” non è dato sapere, si ripassi fra trent’anni.

A proposito di richiami agli anni ’80, il duetto con Ninet Tayeb “Pariah” è chiaramente ispirato al dialogo fra Peter Gabriel e Kate Bush in “Don’t give up”. In entrambi i casi, una donna conforta un uomo sul punto di arrendersi. “Permanating”, incrocio kitsch fra Abba ed Electric Light Orchestra, è forse la canzone più allegra mai pubblicata da Wilson. Chi ama il lato classic rock del musicista apprezzerà “Nowhere now” e i 9 minuti di “Detonation”, che è un po’ il tour de force dell’album e copre un arco musicale che va dai Radiohead ai King Crimson, mentre il riffone che rianima “The same asylum as before” a metà canzone fa venire in mente i Led Zeppelin. “Song of unborn” chiude il disco su una nota positiva, con un coro ispirato a quello di “Hello Earth” di Kate Bush.

È un finale inaspettatamente ottimista per un album che per un volta non è inquadrato in una cornice concettuale, ma ha comunque una sua unità tematica pieno com’è di personaggi smarriti di fronte a un mondo popolato da terroristi e fondamentalisti religiosi (“People who eat darkness” e “Detonation”, quest’ultima sulla strage di Orlando), immigrati accampati a Calais (“Refuge”), politici che offrono finte alternative (“The same asylum as before”) e dove l’amore si confonde con l’ossessione (“Song of I”, con la cantautrice Sophie Hunger). Un mondo dove il concetto stesso di verità è diventato flessibile, come racconta il testo della title track firmato da Andy Partridge degli XTC. È il modo con il quale Steven Wilson ci dà la sua definizione di pop: una musica per tutti, che parla di tutti. Ma gli anni ’80 sono passati da un pezzo e a farne “il prog rocker che scala le classifiche senza che nessuno se ne accorga” non è il pubblico di massa, ma una nicchia agguerrita e resistente.

 

TRACKLIST

01. To The Bone (06:41)
02. Nowhere Now (04:03)
03. Pariah (04:46)
05. Refuge (06:43)
06. Permanating (03:34)
07. Blank Tapes (02:08)
09. Song Of I (05:21)
10. Detonation (09:19)
11. Song Of Unborn (05:55)
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