«THE UNDERSIDE OF POWER - Algiers» la recensione di Rockol

Gli Algiers annunciano il giorno del giudizio

Nel secondo album, la band di Atlanta intreccia post punk e gospel per fornire un ritratto digitale e apocalittico della società in cui viviamo.

Recensione del 29 giu 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Questo è un disco di fantasmi. Spettri provenienti dal passato s’aggirano per le canzoni di “The underside of power”. Sono i caduti nelle battaglie di libertà che tornano per ricordarci l’audacia, il coraggio, il sacrificio a cui ci sottraiamo. Sono le vittime innocenti che reclamano giustizia. Sono un monito per il presente. Il secondo album degli Algiers mette assieme immaginario biblico e dottrina marxista, rabbia e compassione. È un ritratto digitale della società in cui viviamo, la colonna sonora di un incubo in cui chi ha il potere manovra l’informazione, manipola la realtà, soffoca il dissenso. Per musicarlo, gli Algiers hanno portato alle estreme conseguenze le scelte fatte nel primo album: i brani duri sono più duri e quelli soul sono più soul, in un miscuglio allucinato di PiL, Marvin Gaye, Suicide, Clash, Depeche Mode, Goblins, Portishead, Rev. James Cleveland. È la colonna sonora di un’epoca buia, inscena un mondo in frantumi, cerca di mettere assieme i pezzi incitando all’azione.

Due anni fa gli americani Algiers erano perfetti sconosciuti, esordienti che raccontavano l’America con tono spiritato, creando un mondo sonoro personale – e questo è il massimo complimento che si può fare a una band, oggigiorno. “The underside of power” riprende il discorso iniziato ai tempi dell’esordio, allargando la tavolozza di colori a disposizione del quartetto. L’assurdo abbinamento fra le radici musicali sudiste, ben rappresentato dalla voce di Franklin James Fisher, e le architetture digitali che strizzano l’occhio all’epoca del post punk funziona da detonatore in una serie di canzoni dall’espressività marcata. Parti di tastiera che sembrano prese dalla colonna sonora di un horror anni ’70 s’intersecano a suoni di chitarra gracchianti. La voce passa da un tono carezzevole alla Marvin Gaye a un urlo rabbioso trattato digitalmente. Sequenze programmate gelide si sovrappongono al colore di staffilate di batteria suonate da Matt Tong, ex Bloc Party entrato in pianta stabile nella formazione. Bassi profondi sconquassano il sound, una chitarra elettrica urla come una sirena, clangori metallici aggiungono echi industrial. Cori di marca gospel contribuiscono all’atmosfera da apocalisse.

Non c’è solo la rappresentazione angosciante del presente. I pezzi tesi e d’atmosfera s’alternano a sfoghi rabbiosi. Ci sono melodie cantabili. Ci sono linee di basso morbide, veloci, vagamente sexy. C’è il tentativo, pure, di scrivere canzoni dirette. È il caso di “The underside of power”, che nonostante l’attacco industrial usa la musicalità soul e l’energia dei Clash per raccontare come il potere ci schiacci sotto il suo tallone di ferro. “Cleveland” non è meno impressionante. È un sermone da giorno del giudizio in cui si evoca la storia di Tamir Rice, il dodicenne ucciso dalla polizia nella città dell’Ohio tre anni fa, e si fa l’appello delle vittime della brutalità delle forze dell’ordine, ognuna delle quali si unisce al coro dei fantasmi: “Stiamo tornando”. In “Hymn for an average man” un pianoforte è condannato a ripetere le stesse note, come in trappola, mentre il cantante riflette sulla banalità del male, via Hannah Arendt. In un’epoca in cui il rock sembra avere smarrito la capacità di intimorire, preferendo sedurci con estetismi e rassicurarci con repliche di cose già sentite, gli Algiers sono una nota dissonante. Sono intensi e oscuri e appassionati. Mettono paura.

Gli Algiers eccellono nel talento combinatorio di stili e atmosfere per creare qualcosa che ci pare di conoscere, ma non abbiamo mai ascoltato prima, qualcosa che suona in maniera nuova e spiazzante pur utilizzando elementi che conosciamo. È il caso di “Death march”, densa e spaventosa, con dentro “L’angelo della vendetta” di Abel Ferrara, i PiL, i Gun Club, il synth pop anni ’80. Anche nelle composizioni meno ispirate, le performance vocali e gli arrangiamenti “cinematografici” – o semplicemente la rabbia furiosa, come in “Animals” – rendono l’ascolto comunque avvincente. I richiami a musiche del passato non sono frutto di retromania, ma dell’esigenza di prendersi in carico l’eredità di chi ci ha preceduti, dare alle canzoni spessore psicologico e coscienza storica. Ecco perché il disco si apre con la voce di Fred Hampton, militante delle Black Panthers ucciso nel 1969. Ci ricorda, dal regno dei morti, che cos’è un rivoluzionario. Gli Algiers non pretendono di esserlo, ma non vogliono scordare che cosa significa provarci.

TRACKLIST

02. Cry of the Martyrs (04:03)
04. Death March (04:31)
05. A Murmur. A Sign. (03:43)
06. Mme Rieux (03:34)
07. Cleveland (03:46)
08. Animals (02:33)
09. Plague Years (02:52)
11. Bury Me Standing (02:23)
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