«POLLINATOR - Blondie» la recensione di Rockol

Undicesimo album per Debbie Harry e i suoi

Un sussulto dei Blondie, che ritrovano l'ispirazione della golden age. Peccato che i tempi siano mutati: come si inquadra un disco così nel 2017?

Recensione del 08 mag 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

I Blondie (piccola nota antipatica, superflua forse, ma non troppo: Blondie non è il nome della cantante della band – che è Debbie Harry – ma proprio il nome del gruppo, nonostante qualcuno pensi il contrario, a dispetto dei decenni di onorata carriera) sfornano il loro undicesimo disco… 11 album sono molti, ma loro sono effettivamente in giro da un paio di ere geologiche, quindi nessuna meraviglia. Probabilmente, anzi, ci sarà anche chi si chiede “Ma perché, sono ancora vivi?”. Sì, lo sono.

Ad ogni modo, tanto per iniziare a parlare del mondo di “Pollinator”, è difficile non pensare subito  al mistero di come la Harry, a 71 anni, sia ancora un sex symbol non necessariamente per amanti del genere granny: sembra sempre quella degli ammiccamenti di 40 anni fa abbondanti, la bionda che ti ruba il cuore con le curve e le labbra, ma anche le orecchie con le melodie pop iniettate di rock, new wave e punk (senza esagerare).

E la musica com’è? In un certo senso c’è un mistero anche lì, da indagare. Perché le ultime proposte dei Blondie non sono certo state da strapparsi le vesti per la goduria e la freschezza… dischi di mantenimento, giusto per tenere vivo il nome, far girare un po’ di royalties e organizzare qualche tour. Invece “Pollinator”, pur con le doverose, sacrosante e imprescindibili cautele, sembra nascere dalla medesima vena ispirativa a cui la band attinse nella propria golden age. Quindi la faccenda è che abbiamo davanti dei nonni (o quasi) che ci scodellano un lavoro di disco rock/pop wave a modo suo godibile, con un sound e un tiro contigui ai tanti inni che la Harry e i suoi hanno regalato alla storia in passato.

L’impatto è buono, dicevamo. C’è la melodia, c’è tanto – molto – pop (a tratti power, a tratti solo pop) e quella solarità zuccherosa con una spruzzata di gas di scarico newyorchesi. Quindi tutti felici, applausi ed entusiasmo? Mah, insomma, non esageriamo. Perché questa formula invecchia non benissimo, regge a stento l’impietoso passare del tempo e l’anagrafe – ahinoi –  non aiuta a superare l’impasse. I nonni (o quasi) di cui sopra scodellano i loro dolcetti sonori, ma i tempi sono cambiati. Non è una questione di rughe e basta intendiamoci… è che il disco rock, il power pop e la new wave poppettara hanno dimostrato ampiamente di avere un arco vitale da falene: si consumano rapidamente, scoppiettanti e scintillanti. E ciò che resta è una piacevole sensazione, ma nulla più.

Questa era una musica deliziosamente ingenua per un’età teneramente ingenua come la fine anni Settanta e i primi Ottanta. Ora siamo tutti un po’ più vecchi, incattiviti, induriti e scafati (più in male che in bene, ovviamente), per cui un “Pollinator” è l’equivalente di una caramellina allo zucchero: un istante di blando piacere, ma poi si scioglie e tanti saluti.

TRACKLIST

01. Doom or Destiny (02:54)
02. Long Time (04:35)
03. Already Naked (04:06)
04. Fun (04:19)
05. My Monster (03:29)
06. Best Day Ever (03:58)
07. Gravity (03:47)
09. Love Level (04:19)
10. Too Much (03:08)
11. Fragments (06:57)
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