«TERRA - Le Luci della Centrale Elettrica» la recensione di Rockol

Vasco Brondi, cartoline dal pianeta "Terra"

Questo bacio vada al mondo intero: "Terra" è il disco più ambizioso di Le Luci della Centrale Elettrica, uno sguardo che cerca di inglobare tutto il pianeta, il racconto corale di questo tempo, dove convivono storie collettive e vicende private

Recensione del 04 mar 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Nel primo disco, una decina d’anni fa, cantava di tre chilometri quadrati, periferia di Ferrara. Oggi il suo sguardo abbraccia l’intero pianeta “Terra”. Vasco Brondi non ci è arrivato tutto d’un colpo. Fa parte di quella categoria d’artisti che possiedono una cifra personale, dotata di pregi e difetti, comunque unica. È di quelli che fanno evolvere la propria musica lentamente, allargando sempre di più il pozzo in cui butta le cose, per usare una sua espressione. “Terra” è una tappa significativa di questo percorso, forse il disco più ambizioso di Le Luci della Centrale Elettrica. Brondi e il co-produttore Federico Dragogna (Ministri) hanno integrato nelle canzoni suoni e umori dalla cosiddetta musica del mondo. Niente di vistoso, sono giusto colori che servono a evocare la nostra “etnia in movimento”, l’Europa bella, malandata e multiculturale, questo nostro tempo di amore e di guerra.

Il linguaggio di Le Luci della Centrale Elettrica, amato e criticato anche aspramente al tempo di “Canzoni da spiaggia deturpata”, s’è fatto meno estremo. Procede ancora cumulando immagini, ma le canzoni sono più facilmente leggibili. Il titolo di Lercio “Intervista a Vasco Brondi: Scrivo i miei testi lanciando una moneta” o i generatori automatici di canzoni delle Luci della Centrale Elettrica oggi non funzionano più. Questa narrazione frammentata suona familiare. Dovrebbe esserlo da quando Francesco De Gregori la introdusse nella canzone italiana, all’incirca trentacinque anni fa. Ma se le sue canzoni evocavano la scrittura automatica, la pittura non figurativa e i film di Fellini, quelle di Brondi richiamano l’esperienza che facciamo quotidianamente navigando su Internet, saltando da un sito di news a una foto di Instagram, da un editoriale a un video di YouTube, bombardati da stimoli di segno opposto. È un linguaggio adatto a questi tempi di comunicazione frammentata, di segni contraddittori, di overdose informativa. È uno dei pregi di “Terra”: non si limita a raccontare lo spaesamento in cui siamo perduti, lo incarna nel linguaggio.

Influenzato dai viaggi attorno al mondo che ha fatto, Brondi mescola storie collettive e vicende personali. Per una “Waltz degli scafisti” che mette in musica la globalizzazione disordinata che viviamo c’è una “Nel profondo Veneto” che è la storia di un ritorno a casa di una ragazza “sconfitta e contenta” che ha vissuto un pezzo d’esistenza libera e precaria a Milano. Ci sono vicende generazionali come “Iperconnessi” (slogan facile, ma vero: “L’ironia sta diventando una piaga sociale”) e storie d’amore come quella di “Chakra”, una delle canzoni più ortodosse che Brondi abbia mai inciso. Tutto in qualche modo torna in due canzoni, fra le migliori dell’album, che riuniscono dimensione personale e collettiva ponendo domande sulla condizione umana: “A forma di fulmine” che apre l’album trasmettendo un formidabile senso di possibilità e “Coprifuoco”, che declina la medesima idea unendo cose enormi e minuscole, chiedendosi cos’ha portato l’uomo a inventare la poesia e le armi di distruzione di massa. Viviamo giorni di miracoli, canta Brondi nell’ultima canzone, “Viaggi disorganizzati”, giorni in cui l’impossibile diventa possibile. Siamo “allegri e disperati”. E lo dice in un pezzo che ha qualcosa di vagamente balcanico perché è l’unica musica che capita di sentire la domenica pomeriggio a Ferrara.

Accompagnato nella prima edizione dal libro/diario di lavorazione “La gloriosa autostrada dei ripensamenti”, un altro po’ di mondo attorno alle canzoni, “Terra” è la colonna sonora filologicamente sbagliata di un periodo di transizione, così Vasco Brondi l’ha raccontato a Rockol. È evidente che alcuni pezzi sono stati costruiti partendo dal ritmo. I suoni di tabla e violoncello, le percussioni di Daniel Plentz dei Selton e il violino di Rodrigo D’Erasmo rendono varie le canzoni. Il recitar cantando di Brondi è sempre riconoscibile, oggi forse lievemente più melodico e conscio delle emozioni che può suscitare. Presi singolarmente, nessuno di questi elementi rappresentano un’eccellenza: ci sono decine di dischi con arrangiamenti migliori, performance musicale più eccitanti, melodie e armonie già elaborate, ritmi più coinvolgenti, un suono migliore. Eppure, messi assieme, compongono un racconto corale importante, una grande fotografia sfocata in cui siamo inclusi tutti quanti.

TRACKLIST
A forma di fulmine
Qui
Coprifuoco
Nel profondo Veneto
Waltz degli scafisti
Iperconnessi
Chakra
Stelle marine
Moscerini
Viaggi disorganizzati

TRACKLIST

01. A forma di fulmine (03:54)
02. Qui (03:19)
03. Coprifuoco (04:22)
06. Iperconnessi (04:12)
07. Chakra (03:53)
08. Stelle marine (03:32)
09. Moscerini (03:20)
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