«BLACKFIELD V - Blackfield» la recensione di Rockol

Il ritorno di Steven Wilson e Aviv Geffen: la recensione di "Blackfield V"

Di nuovo insieme, Steven Wilson e Aviv Geffen danno forma a "Blackfield V", creando un ponte tra dream pop e progressive rock

Recensione del 16 feb 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Quando l’equilibrio delle forze in carico ai Blackfield sembrava ormai compromesso, il sodalizio artistico tra la rock star israeliana Aviv Geffen e il genio creativo inglese Steven Wilson si ripropone sulle scene nuovamente a pieni giri. L’ultimo capitolo discografico del duo, il quinto in carriera, intitolato semplicemente “Blackfield V”, come ormai d’abitudine, rappresenta infatti il ritorno a regime delle energie creative del gruppo, dopo un periodo di prestazioni a mezzo servizio da parte di Wilson.

In effetti Geffen aveva provato a fare le cose quasi in proprio, con Wilson preso da infinite collaborazioni e progetti solisti impiegato più come turnista di lusso che come mente creativa, ma i risultati, formalmente perfetti, erano i classici belli senz’anima. Il rinnovato interesse di entrambi i co-titolari del marchio Blackfield per la loro creatura a due teste ha stabilizzato l’assetto interno e, soprattutto, portato alla creazione di un album che non si fa troppi problemi nel mostrare il suo lato più smaccatamente pop e romantico, ma anche etereo, variegato e melodrammatico quanto basta. Pink Floyd 2.0, forse, ma non solo, in un lavoro in cui l’anima progressive di Wilson è compensata da quella più concreta di Geffen. Un ulteriore apporto poi è stato fornito in regia da un certo Alan Parsons, nella veste di produttore per una manciata dei tredici brani in scaletta. Il risultato è un disco che strizza sì l’occhio alla chitarra di Gilmour, ma anche a un sound raffinato, malinconico e sognante.

In “V” quindi le aspirazioni visionarie e gli aspetti maggiormente armonici della band convivono senza soluzione di continuità, compiendo un giro a trecentosessanta gradi su un misterioso ciclo vitale, in qualche misura legato all’acqua, alla quale tutte le canzoni sembrano ricollegarsi. Si passa così da momenti liquidi a episodi che riaggiornano e rivitalizzano il vecchio rock da alta classifica di qualche decennio fa, che in alcuni passaggi sembra essere uscito direttamente dai college americani. A motivi facilmente orecchiabili, talvolta pieni di speranza, se ne aggiungono altri più intimi e riflessivi, sostenuti in particolar modo da Geffen, che con la sua timbrica calda contribuisce a dare un tocco d’oriente alla trama. Si passa così attraverso l’epicità di "How was your ride?" al blues di “The jackal”, fino alle sperimentazioni soffuse di "Lonely soul", costruite su un’unica strofa ("everything is broken, everything is chaos, everything in me") e impreziosite dalla voce di Alex Moshe. 

Una prova che conferma la grande capacità del duo Geffen-Wilson di saper volare alto senza ricorrere all'esibizionismo a tutti i costi ma che purtroppo non scioglie alcun dubbio sul futuro, vista la volatilità degli elementi in questione. Il nuovo corso dei Blackfield riesce ad arrivare con disinvoltura dove altre uscite della band avevano scricchiolato, mettendo sullo stesso piatto un mix di stili e culture differenti. Quando risulta perfettamente bilanciato, ecco allora che tutto sembra girare a dovere. Come in questo caso.

TRACKLIST

01. A Drop in the Ocean (01:36)
02. Family Man (03:39)
03. How Was Your Ride? (03:58)
05. Sorrys (03:08)
06. Life is an Ocean (03:27)
07. Lately (03:25)
08. October (03:31)
09. The Jackal (03:56)
10. Salt Water (02:40)
11. Undercover Heart (04:02)
12. Lonely Soul (03:50)
13. From 44 to 48 (04:31)
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