«LIFE WITHOUT SOUND - Cloud Nothings» la recensione di Rockol

Ecco "Life without sound" dei Cloud Nothings, ovvero come saper sfruttare la semplicità.

Dopo tre anni di inattività, il trio statunitense torna maturato e porta con sé con un disco piacevole e d'impatto: la recensione

Recensione del 04 feb 2017 a cura di Matteo Galdi

La recensione

"Life without sound" sancisce il ritorno del trio indie rock statunitense e, a tre anni dal precedente lavoro "Here and nowhere else", garantisce alla band una maggiore visibilità, oltre che a spingerla verso soluzioni maggiormente commerciali rispetto ad un passato indipendente ed underground.

I Cloud Nothings nascono come progetto inizialmente solista di Dylan Baldi, che nel 2009 decide di chiamare a collaborare due musicisti (per la sezione ritmica: basso e batteria) e potersi così dedicare anche alla musica dal vivo. I consensi da parte della critica iniziano ad arrivare anche prima: Nel 2012 catturano l'attenzione di Steve Albini che produrrà "Attack on memory", prima di passare il compito di produttore a John Congleton (che vanta collaborazioni con Swans e Marilyn Manson).

La formula dei Cloud Nothings rimane inalterata, forti del sempre maggior successo continuano a proporre soluzioni stilistiche semplici ed efficaci, con derivazioni indie, punk e noise rock. Questa volta i brani sono meno rabbiosi rispetto al passato e più strutturati, caratterizzati da un approccio più maturo e consapevole. Brani semplici ma non banali quindi, in grado di soddisfare chiunque ricerchi nella musica l'adrenalina data dall'impatto immediato della stessa: di breve durata quindi, ma senza divagazioni sul tema.

Fa leva proprio sull’approccio diretto "Things are right with you", dal ritornello che si stampa facilmente in mente e strizza l'occhio al punk in voga negli anni '90 su MTV. Più lenti e trascinanti invece brani come  “Enter entirely” e "Up to the surface", brano di apertura condito da insolite tastiere, probabilmente la più interessante traccia del disco. Traccia particolare invece “Strange year”, rabbiosa, le cui parti vocali risultano graffianti al limite dello scream (tecnica vocale usata spesso nell’hardcore punk).

Un sound che trasmette spensieratezza e malinconia contemporaneamente, la voce armonica di Dylan tende a ripetere le frasi ossessivamente all'interno dei brani. Talvolta efficace nell'esaltare la melodia e dare peso ai testi, rischia a tratti di risultare eccessiva e melensa. Ma in questo capitolo sono stati riveduti e corretti gli errori in cui erano incappati i Cloud Nothings: i brani stavolta hanno carattere, sono ispirati e variegati, non si rilevano tracce "di riempimento".

Un po' retrò un po' punk e un pò hardcore, "Life without sound" scorre piacevolmente. Ed una volta terminato l’ascolto ci si accorge di quanto, inavvertitamente, abbia lasciato il segno.

TRACKLIST

01. Up To The Surface (03:58)
03. Internal World (03:46)
04. Darkened Rings (03:32)
05. Enter Entirely (04:58)
06. Modern Act (04:09)
07. Sight Unseen (03:58)
08. Strange Year (03:27)
09. Realize My Fate (05:25)
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