«WONDERFUL - Madness» la recensione di Rockol

Madness - WONDERFUL - la recensione

Recensione del 12 dic 1999

La recensione

A volte tornano. Se è vero che il revival degli anni ottanta è sempre più forte, all’appello mancavano proprio loro: i Madness. E come spiegano nel libretto nel loro ultimo Cd, “Wonderful”, «Siamo tornati sulla scena del crimine, ma ogni cosa è cambiata». Per fortuna non sono cambiati loro. Certo, più adulti, più consapevoli e più malinconici di una volta, ma comunque, sempre fedeli al “Nutty Sound”. L’occasione d’altronde era giusta, festeggiare i vent’anni di carriera. La ricetta dei sette di Camden Town, uno dei quartieri più eccentrici di Londra, è sempre la stessa: ska, rocksteady beat e una sana dose di british music. In “Lovestruck”, il primo singolo estratto dal cd, spazio alle tastiere di Mike Barson, una delle menti geniali del gruppo, una spruzzata di sax qua e là, la voce ineguagliabile di Suggs, ingredienti giusti che hanno fatto volare la canzone al decimo posto delle classifiche inglesi. L’atmosfera è malinconica, e si adegua al testo della canzone, che parla di un uomo talmente ubriaco da innamorarsi di un lampione. Seconda canzone e secondo singolo è “Johnny the Horse”, la storia di un barbone, da un’idea di Chas Smas. Irresistibile il coro che accompagna il brano, vi riscoprirete a canticchiarlo durante la giornata. Due sono le canzoni nel cd che faranno la gioia dei nostalgici dello ska. “The communicator” segue tutti i canoni del genere mentre “Drip fed Fred” vede la partecipazione di Ian Dury, a cui è stato dedicato “Wonderful”. Tra le canzoni che rispecchiano il lato malinconico dei Madness, “4.a.m.”, sicuramente uno dei brani più accattivanti dell’album. Ma tutto il cd scorre con piacere. A tratti sembra che questi 13 anni di silenzio discografico (l’ultimo lavoro, con la line up originale, risale al 1986) siano volati. Chi ha visto i Madness dal vivo, in uno dei tanti “Madstock” che il gruppo ripropone ogni due anni a Londra (l’ultimo è stato nel 1998) sa che nulla è cambiato, contrariamente a quanto i Fab Seven cantano in “Saturday night sunday morning” (un’elegia al tempo che passa inesorabile). Qualche ruga in più, qualche chilo in più, ma la voglia di raccontare le storie di ogni giorno e quella sana “pazzia” che ci aiuta ad affrontare la noia quotidiana sono sempre quella di una volta. Meno male.
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