«CAN'T TOUCH US NOW - Madness» la recensione di Rockol

Madness - CAN'T TOUCH US NOW - la recensione

Recensione del 09 nov 2016 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Non sono certo mancate ai Madness le sbandate durante il lungo percorso che li ha visti tagliare quest’anno i quaranta anni di attività. A metà anni ottanta arrivarono addirittura a sciogliersi, per poi ritrovarsi qualche anno più tardi. Il nuovo millennio per loro è iniziato in ritardo. Solo nel 2009, infatti, con “The liberty of Norton Folgate”, ruppero un silenzio discografico che si protraeva ormai da un decennio e che iniziava a far temere il peggio per i loro destini. Scansato il peggio, nel 2012 i ragazzi mostrano incoraggianti segni di continuità, arriva infatti nei negozi “Oui oui si si ja ja da da” e, infine, eccoli ai giorni nostri raggiungere il mercato con il nuovo album “Can’t touch us now”.

La band londinese entro i nostri confini è legata più che altro all’indelebile ricordo della hit del 1979 “One step beyond” – che poi, in realtà, è una cover del guru giamaicano dello ska Prince Buster, mancato all’età di 78 anni lo scorso 8 settembre – e di quel periodo, a cavallo tra gli anni settanta e ottanta, in cui lo ska e i suoi derivati rubarono per qualche istante l’attenzione generale finendo sotto la luce dei riflettori e sui piatti dei giradischi.

In Gran Bretagna però è sempre stata tutta un’altra storia. I Madness lì sono una vera e propria istituzione. Ogni loro album finisce regolarmente nella top ten della classifica di vendita o appena un filo fuori. Infatti, anche “Can’t touch us now”, puntuale come il destino, ha esordito occupando la quinta posizione della chart britannica. Altro esempio del grande rispetto, ma si potrebbe usare anche la parola venerazione, che si sono guadagnati in patria: ai recenti Q Awards, premi di un certo prestigio promossi dalla rivista inglese, la band è stata inserita nella Hall of Fame.

Inglesi fino al midollo, quindi. Per la precisione, londinesi fino al midollo. Nei loro album i Madness cantano di quel che conoscono meglio, così anche “Can’t touch us now” è ambientato e parla di Londra. Delle sue strade, delle sue storie. Come sempre accade quando ci sono i Madness di mezzo, non viene risparmiata ironia e irriverenza, divertimento e senso dell’umorismo. Presenti fin dalla conferenza stampa di presentazione di questo nuovo disco che si è tenuta davanti ai pensionati del Royal Hospital di Chelsea, la casa di riposo dei veterani dell’esercito britannico.

L’apertura del disco è affidata alla title track e a “Good times” che ci accolgono, come si conviene, con piano e fiati. Siamo in pieno Madness mood ma si viaggia al di sotto della velocità di crociera. Con “Mr. Apples” salgono i giri del motore. “I believe” è la conferma che ci si può rilassare e godere del paesaggio, difficilmente avremo brutte sorprese nel nostro viaggio.  “Blackbird” è dedicata a Amy Winehouse, figlia sfortunata della capitale inglese. “Mumbo jumbo” è puro divertimento. “Herbert” e la languida “Pam the hawk” rallentano il ritmo ma non certo la qualità. Ska, rock steady, pop, soul, una spruzzata di reggae. I soliti vecchi ingredienti che difficilmente, se maneggiati con la giusta perizia, tradiscono.

Al tirar delle somme l’album denota una buona vitalità e anche questa volta i Madness non mancano di centrare il bersaglio. I ragazzi di Camden si sono presi il rischio di giocare sulla lunga distanza compilando un album con sedici canzoni e, non lo si nasconda, a onore del vero, qua e là con questa messe accade di perdere l’attenzione. Però, sono sbavature, eccessi di generosità. La band è in salute e ascoltare il loro “Can’t touch us now” non è tempo perso.

TRACKLIST

01. Can't Touch Us Now (04:13)
02. Good Times (02:54)
03. Mr. Apples (03:39)
04. I Believe (03:44)
05. Grandslam (02:36)
06. Blackbird (04:03)
09. Mumbo Jumbo (03:23)
10. Herbert (03:57)
13. Pam The Hawk (04:37)
14. Given The Opportunity (03:31)
15. Soul Denying (05:13)
16. Whistle In The Dark (03:29)
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