«DAY BREAKS - Norah Jones» la recensione di Rockol

Norah Jones - DAY BREAKS - la recensione

Recensione del 30 set 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Nel disco precedente, Norah Jones svettava in copertina come un'eroina sexy e ammiccante, uscita dalla locandina di un film degli anni '60, citando apertamente "Mudhoney" di Russ Meyer. In questo album cantautrice statunitense appare come una ragazza dal volto acqua e sapone, sotto la luce del sole, con il marchio e la grafica della storica etichetta jazz Blue Note in bella vista. "You can't judge a book by the cover", si dice: ma la differenza tra "Little broken hearts" del 2012 e questo è "Day breaks" è già tutta lì, o quasi.

In mezzo c'è stato "Foreverly", il disco dedicato agli Everly Brothers con Bille Joe Armstrong, ma quello è servito più al cantante dei Green Day per ripulirsi l'immagine, che non a Norah. Dopo il disco precedente, prodotto da Danger Mouse e con suoni più moderni e aggressivi (sempre nei limite del possibile, per una come lei), "Day breaks" è il classico "ritorno alle origini".

Quando le origini sono un disco che ha venduto 25 milioni di copie, come "Come away with me", poi... Al tempo fu un delicato, piacevole e amatissimo esempio di unione tra piano-pop e il jazz (non a caso al tempo si usò proprio il marchio della Blue Note per legittimarla). Oggi Norah ripropone quell'esempio, in grande stile. La lista dei crediti è impressionante: il gigante Wayne Shorter suona il sax in 4 canzoni, al contrabbasso c'è John Patitucci, alla batteria un altro gigante come Brian Blade (presente anche sull'album di debutto); in scaletta ci sono brani di Horace Silver e soprattutto Duke Ellington: la rilettura finale di “Fleurette Africaine (African Flower)” è jazz puro, senza pop. “It's A Wonderful Time For Love” e “And Then There Was You” sono originali, ma suonano volutamente come degli standard pre-rock 'n' roll.

Oggi i tempi sono cambiati, funzionano di più le Adele, le voci più muscolari, musiche anche retrò, ma più decise. Il punto di forza di Norah Jones, oggi come allora, rimane invece una delicatezza rassicurante e seducente, che le riesce alla perfezione, in "Tragedy" o "Don't be denied", che avrebbero trovato posto senza problemi nell'album d'esordio.

Qualche eco del passato più recente c'è: "Day breaks" esibisce un basso che sembra venire da un disco curato da Danger Mouse (mitigato da un sezione d'archi). "Flipside" trova invece l'equilibrio perfetto con un piano ritmato e un organo che sembrano uscire da certe cose del primo Joe Jackson: è anche la canzone più esplicitamente politica del disco, dedicata alle tensioni razziali e agli scontri con la polizia ("Put the guns away or we’re all gonna lose"). 

"Day breaks" non è un disco rivoluzionario, e arriva da un'artista che ha sempre fatto della sua "normalità" uno dei suoi punti di forza. Ma, nel suo genere, non risulta mai troppo patinato o artificioso come certo jazz che punta al pubblico pop, snaturandosi. Invece, questa è   Norah Jones, e questa musica le riesce con una naturalezza davvero invidiabile e piacevole.

TRACKLIST

01. Burn (04:39)
02. Tragedy (04:14)
03. Flipside (03:41)
06. Don’t Be Denied (05:36)
07. Day Breaks (03:57)
08. Peace (05:15)
09. Once I Had A Laugh (03:12)
10. Sleeping Wild (03:07)
11. Carry On (02:48)
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