«THE END - Black Sabbath» la recensione di Rockol

Black Sabbath - THE END - la recensione

Recensione del 06 lug 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Capolinea. La storia vuole che i Black Sabbath appendano gli strumenti - o le croci in questo caso - al chiodo e si ritirino a vita privata dopo aver attraversato quasi cinque decenni ad alto tasso di riff ed eccessi leggendari. Il quartetto di Birmingham ha infatti da tempo manifestato la volontà di chiudere il cerchio per fare i conti con l’età e una salute un po’ traballante, tant’è che i recenti show in giro per il mondo sono stati battezzati con buona dichiarazione d’intenti “The End Tour”.

Per dare conclusione a questa incredibile giostra si era parlato di un ultimo misterioso album a venire, ma al momento nulla ci è dato sapere e i Sabs, come noto in 3/4 delle forze - Bill Ward, il batterista originale della formazione è uscito di scena quasi immediatamente dopo la presentazione in pompa magna della rinnovata unione tra i membri fondatori, si dice per divergenze contrattuali, ma anche di una lite profonda con Ozzy e di una condizione fisica non proprio eccelsa - hanno invece pubblicato un album dal titolo “The End” che si propone in modo piuttosto singolare, ovvero solo ai fortunati fan che assisteranno ai concerti e avranno la prontezza di comprarlo al banchetto prima che le copie disponibili ogni sera vadano esaurite.

Questo “The End” non è propriamente un disco nuovo quanto piuttosto un ep o un lavoro a metà, diviso in due parti. Degli otto brani contenuti, quattro sono degli inediti tratti dalle session di registrazione di “13”, il fortunato album del ritorno. Rispolverati per l’occasione dalla mano abile di Rick Rubin, “Season of the dead”, “Cry all night”, “Take me home” e “Isolated man” non sono certo pezzi che saranno ricordati negli annali ma conservano intatto quel tocco di mestiere e di fascino visionario tipico dei Black Sabbath. In apertura un buon uno-due con “Season of the dead”, una classica marcia sulfurea che canta di stagioni poco rassicuranti e “Cry all night”, dura e rocciosa quanto basta per farne la traccia più rappresentativa, ma il vero momento di grazia è l’assolo in acustica di “Take me home”. Brad Wilk alla batteria non fa rimpiangere il grande assente Ward e si conferma la migliore “seconda scelta” integrandosi alla perfezione con il basso roboante di Geezer Butler e le chitarre di Tony Iommi. Pur non essendo episodi imprescindibili, quello che spicca dagli inediti di “The End” è una precisa volontà di recuperare le radici del proprio sound e di darne la freschezza e modernità giusta, per quanto sia possibile, anche se, a dirla tutta, al di là di alcune soluzioni piacevoli e un richiamo alla pioggia e alla campana con i rintocchi funerei che aprivano il primo omonimo album - datato, guarda caso, venerdì 13 febbraio 1970 - i principali meriti di questi brani sono quelli farci ascoltare, forse, le ultime note prodotte dalla premiata ditta inglese .

A completare la scaletta, nell’ipotetico lato b del cd, sono presenti altrettanti quattro brani registrati dal vivo durante la prima tranche del tour di addio, in Australia, Nuova Zelanda e Canada. Una seconda parte molto meno convincente e, soprattutto, meno curata nella resa sonora, che aggiunge poco o nulla al lavoro in studio, se non l’avvicendamento alle pelli del batterista Tommy Clufetos e la ripresa live di tre tracce del disco della reunion e quella di una non scontata “Under the sun” ripescata dal lontano passato. Una testimonianza fedele di quello che sono oggi i Black Sabbath, nel bene e nel male, violente stecche di Ozzy comprese.

Due rovesci di una medaglia che però non riesce a convincere del tutto perché, feticci discografici a parte, sembra incredibile che i Sabs abbiano deciso di congedarsi dal proprio pubblico in questo modo un po’ inusuale e sicuramente sottotono. Il risultato ottenuto finora è quello di aver alimentato non poco un potente secondary market su internet dai prezzi da urlo. Per il momento il sito ufficiale non offre notizie di una prossima vendita diretta o su cosa si farà delle eventuali copie rimaste negli scatoloni. Se il caso vorrà, i chiarimenti arriveranno dopo l’ultima tappa, prevista proprio nella loro Birmingham nella primavera del 2017. Insomma, i padri spirituali del metal ci stanno per salutare: poco probabile che lo facciano davvero con qualche outtakes e un paio di brani presi qua e là alla meno peggio dal tour di addio. A ben vedere, nel 2018 ci sarà l’anniversario dei cinquant’anni della band e sai mai che il traguardo non sia da festeggiare degnamente, magari con tutti e quattro i Black Sabbath di nuovo insieme, magari per un’ultima volta. Quella buona.



 

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