«CALIFORNIA - Blink-182» la recensione di Rockol

Blink-182 - CALIFORNIA - la recensione

Recensione del 30 giu 2016 a cura di Andrea Valentini

La recensione

I Blink-182 arrivano al settimo album: un momento difficile per la band californiana, che per traslato fa venire alla mente la classica “crisi del settimo anno” dei matrimoni (ammesso che esista davvero). Come ben sappiamo, infatti, i Blink hanno perso per strada il chitarrista e cantante Tom DeLonge, che si è dato alla carriera solista e a misteriosi progetti top secret in cui c’entrano UFO, alieni e il Governo Federale degli Stati Uniti.

DeLonge non era una pedina facilmente rimpiazzabile – del resto nell’economia di un power trio, ogni componente ha un peso specifico molto più elevato, da sempre. Eppure, possiamo dirlo con serenità, i Blink ce l’hanno fatta senza subire contraccolpi degni di nota e – cosa più importante – senza deludere i fan, nuovi e/o vecchi. “California”, nonostante tutto, si inserisce fluidamente nella discografia del gruppo, senza strappi, rotture o cambiamenti spiazzanti: business as usual, ma business buono, fatto di pop punk frizzante e trotterellante, melodie a presa rapida, influenze mainstream rock (fanno capolino anche i Red Hot stile “Californication” in un paio di punti... e che male c’è?), una dose di pop decisamente importante, chitarre pungenti e un eccezionale lavoro del batterista Travis Barker, che si dimostra un vero fuoriclasse.

Certo, i fan più intransigenti troveranno – e non a torto, dal loro punto di vista – almeno due motivi per non apprezzare “California”:
1) non c’è DeLonge (lo so, l’abbiamo già detto, ma è così e non è una cosa facile da digerire per tutti)
2) il pop è presente in dose più massiccia, che surclassa a tratti le componenti punk ed emo (che, invece, avevano il sopravvento nella produzione diciamo così “classica” della band).

Ma questo rovescio della medaglia è oggettivamente poca cosa, se si pensa che i Blink hanno sfornato un disco (e in situazione scomoda) divertente – il loro senso dell’umorismo un po’ sopra le righe non è sbiadito – e fresco, che mostra un’evoluzione verso territori più patinati, certo, ma non necessariamente disprezzabili (del resto non sono mai stati punk duri e puri, suvvia). E poi, al netto delle passate al pettine, è innegabile che nel lotto di 16 brani, ce ne siano una buona quantità che hanno bei riff e ottime melodie. Non diventeranno classici, ma hanno il respiro e le gambe per tenere il passo con i brani più noti e blasonati dei Blink (“Los Angeles”, “Cynical”, “Bored to death”, “Kings of the weekend”).

“California” è una buona prova di pop punk contaminato, che strizza l’occhio al rock da classifica pur non rinunciando al pubblico di riferimento – i giovani e giovanissimi. Peccato solo per quell’autotune che fa cascare le ginocchia, quando esce prepotentemente. Ma sono vizi, questi, che le classifiche in media sono disposte a perdonare.

 

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