«BLACK CAT - Zucchero» la recensione di Rockol

Zucchero - BLACK CAT - la recensione

Recensione del 02 mag 2016 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Come ai vecchi tempi. Seduto sul divano, con un disco nello stereo (qualcuno conosce ancora il significato della parola?) e la copertina del disco fra le mani per leggere i testi e i crediti. Ci vorrebbero birra e patatine, ma un regime alimentare feroce me lo impedisce.
Ho voluto ascoltarlo così, il nuovo disco di Zucchero.

Un po' perché, come ho già scritto giorni fa su Rockol, per lui ho un "soft spot", vale a dire un debole (mi riferiscono che precisamente la stessa cosa l'ha detta giorni fa, alla presentazione del'album, Alessandro Massara, presidente di Universal Music italiana: gli chiederò una royalty - in dischi).
Un po' perché, essendomi riservato il privilegio di recensire "Black cat" ascoltando il disco vero, il disco fisico, e non sentendolo nel computer o dal telefono, volevo appunto farlo nel modo che per me resta il migliore: dalle casse di un impianto, senza nel frattempo usare telefonino o tablet come "second screen", come dicono quelli che ne capiscono di roba moderna, e come fanno quelli ai quali dei dischi - di certi dischi, almeno - importa assai meno che a me.
Siccome sono un tradizionalista, ma non un passatista e nemmeno un impallinato, non ho esagerato e non ho usato il vinile: non volevo spingermi così in là. E poi, con le ginocchia e la schiena da ultrasessantenne, è più pratico non doversi alzare a metà disco per cambiare facciata. Ma la situazione è bella comoda: fuori poi pioviggina, è domenica, e in televisione stanno trasmettendo il concerto del Primo Maggio - al quale mi sarei comunque guardato bene dall'assistere.

Così, insomma, quando parte "Partigiano reggiano", l'unica canzone di "Black Cat" che già conosco, la botta di suono è bella tosta, così diversa da quella di quando l'ho sentita dalle cassettine del computer da bendispormi. E mi conforta. Come mi conforta, nostalgicamente, che il primo singolo sia anche la prima canzone dell'album. Come ai vecchi tempi, appunto. Nei giorni scorsi ho letto quello che i colleghi hanno scritto dell'album di Zucchero, e ho deciso che non mi andava di scrivere una recensione/valutazione, né di fare un discorso complessivo sul disco (per quello vi rimando all'intervista pubblicata da Rockol qui). E allora scriverò quello che mi ha colpito, e che mi ricorderò, nelle canzoni di quest'album, dopo tre ascolti consecutivi. (Tre ascolti? Eh già. Scusate, ma io non riesco a capire come si possa recensire un disco avendolo ascoltato una volta sola, e magari anche in pubblico, prima di una conferenza stampa).

Mi ricorderò che la marcia nuziale che introduce "13 buone ragioni" interrotta dalla batteria di Jim Keltner mi ha fatto sobbalzare sul divano, e che dopo aver sentito cantare "sesso, rane e rock'n'roll" ho controllato il testo perché avevo creduto (sperato?) che le parole fossero - come avevo capito io di primo acchito - "sesso orale e rock'n'roll"; e che dopo "Ora fai come fanno i raga / e credi d'essere Lady Gaga" mi sono alzato in segno di rispetto, nonostante le articolazioni delle ginocchia: frase fulminante, che userò alla prima occasione utile.
Mi ricorderò che le prime tre canzoni sono praticamente attaccate l'una all'altra, che non c'è il tempo per rifiatare alla fine di una che già l'altra è cominciata, e che mi è piaciuto questo effetto di assedio sonoro.
Mi ricorderò, di "Ci si arrende", gli archi di Davide Rossi arrangiati da Max Marcolini, e il ruggito del primo "bevimi sono la pioggia" cantato da Zucchero.
Mi ricorderò di essermi chiesto che bisogno ha Zucchero di ricantare una canzone di Avicii ("Ten more days") che non è meglio delle canzoni che scrive lui, e mi ricorderò di aver goduto (esteticamente e letterariamente) alla frase "oggi ho pianto un seme" - che mi ha fatto venir voglia di andare a riascoltare tutti i cinque dischi di Pasquale Panella con Lucio Battisti.
Mi ricorderò la vanesia soddisfazione di aver colto la - peraltro evidentissima - citazione testuale da "Eleanor Rigby" dei Beatles all'inizio di "Tutti di sogni" ("Guarda quanta gente sola" - "Ah, look at all the lonely people"), e di aver malignamente googlato per darmi conferma che finora nessuno l'aveva segnalata. Fra l'altro: che bella canzone, questa!
Mi ricorderò un paio di slempiti dello Zucchero autore di testi in quello di "La tortura della luna" ("Diavolo e santiera sei tu" e "Sgargia piume nel sole / un gallo fallo") e le PasqualePanellate spolverate di Zucchero in quello di "Terra incognita" (versi/versato, cieli/celato, morsi/rimorsi, vento/inventato).
Mi ricorderò la batteria quadrata, ottusa e efficacissima di Jay Bellerose in "Love again". E insomma, mi ricorderò con piacere per tutti questi motivi, e anche qualcuno in più, di un pomeriggio di mancata primavera ben speso ascoltando un disco che mi è piaciuto. Se ne avete la possibilità, cercate di fare come me: ascoltatelo tutto di fila, possibilmente da un supporto fisico. Così vi godrete, oltre alle canzoni, anche i suoni: con quello che hanno speso per pagare tre produttori come Don Was, Brendan O'Brien e T Bone Burnett, sarebbe un peccato ridurre tutto ad MP3…
Ci vediamo poi all'Arena di Verona a settembre.

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