«THE LADDER - Yes» la recensione di Rockol

Yes - THE LADDER - la recensione

Recensione del 27 ott 1999

La recensione

Jon Anderson, Steve Howe, Billy Sherwood (al posto del riottoso Trevor Rabin), Chris Squire, Alan White e Igor Khoroshev (alle tastiere): ecco gli Yes ‘Mark *.*’, che tanto ormai si è perso il conto dei cambi di formazione. Quello che non cambia mai, invece, e di questo bisogna dare loro atto, è la musica, e sorprendentemente neanche la qualità viene meno. Per intenderci, attraversata la terribile fase successiva al grande successo di “Owner of a lonely heart” e relativo album, fattas di schifezze come “Big generator” e tentativi inutili di scrivere canzonette di tre accordi per teenagers, gli Yes sono presto tornati a fare quello che sapevano fare meglio, e cioè del pomp-rock con sfumature pop e fughe prog, riavvitato verso l’alto dalla voce illuminante e sempre uguale a se stessa di Jon Anderson. E’ lui che sembra aver contagiato maggiormente la musica del gruppo con la sua personalità, e non è un caso che dopo i suoi esperimenti musicali terzomondisti e world la proposta degli Yes si sia arricchita di suoni non proprio ortodossi per gli Yes e abbia sposato una certa solarità solenne da new age music, seppure senza rinnegare i mondi lontanissimi da cui proviene. Musica classica, rock, folk celtico, world music e un gusto spiccato per le melodie: “It will be a good day (the river)”, “If only you knew”, “The messenger” e “Nine voices (longwalker)” – quest’ultima con i suoi mandolini tanto simili ad un sitar e le tablas indiane – sono i migliori esempi di questa fusion sui generis e ormai fuori dal tempo, ma che farà sicuramente felici i vecchi fans del gruppo.
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