«VISIONS OF US ON THE LAND - Damien Jurado» la recensione di Rockol

Damien Jurado - VISIONS OF US ON THE LAND - la recensione

Recensione del 21 mar 2016 a cura di Emiliano Raffo

La recensione

Raggiungere uno dei picchi assoluti della propria traiettoria artistica al tredicesimo album è impresa improba per qualsiasi autore. Non per il mite Damien Jurado, menestrello cupo e non originalissimo nella seconda metà degli anni '90, musicista poliedrico e visionario nella fase più matura della carriera (“Maraqopa”, anno 2012, ambiva all'eccellenza sfiorandola, era un chiaro presagio).

“Visions of us on the land” è una delle più limpide dichiarazioni di intenti firmate da Jurado. “Liberate il menestrello, schiodatelo dallo sgabello”, sembra urlare il nostro, che a dire il vero già da un lustro almeno ha aderito a un'idea di cantautorato che aggira la stasi per abbracciare un dinamismo creativo degno dei migliori alchimisti. Già nel lontano 2002, del resto, predicava “I break chairs”, “rompo le sedie”, come a dire che se la sedia, dopo voce e chitarra, diventa lo strumento privilegiato di un cantautore, potremmo avere qualche problema. “Visions of us on the land”, a tal proposito, è uno splendido invito alla libertà. Sin dalla copertina, capolavoro che pare uscito da qualche scaffale traboccante di vinili cosmic-jazz anni '70. Un tricheco, un canyon, un'auto in panne, un mare tumultuoso e un paio di dischi volanti. Diamine, cosa volete di più da una copertina? Ma soprattutto, cosa esigere di più da un disco, torrenziale ma mai noioso, che cerca proprio di darti tutto ciò che la copertina promette?

Spesso accompagnato da chitarre spagnoleggianti, Jurado canta canzoni per divagazioni tenebrose. Il ritmo upbeat di tante composizioni è costantemente contrappuntato da sfumature più “dark”. L'approccio letterario alla canzone, c'è ancora. Il vignettismo resiste, forte e caratterizzante, ma l'attenzione per gli arrangiamenti e i dettagli è altissima e il disco vola, proprio come la copertina suggerisce, perché Jurado riesce lungo 17 tracce (nessuna supera i 4 minuti di durata!) a preservare la bontà di un equilibrio raro e delicato. E se in qualche occasione torna alla certezze granitiche di quel minimalismo urban-folk che è nel suo dna (“Prisms”, “On the land blues”), nessun problema. Sono solo momenti, non affatto stanchi, in cui il disco si spoglia del ritmo. Perché è il ritmo (“Lon bella”, “Onalaska”), un po' a sorpresa, il vero elemento rivoluzionario di “Visions of us on the land”. Nulla di incessante, sia chiaro, ma Jurado, per chiudere la trilogia iniziata con “Maraqopa”, ha deciso di calare anche questo jolly.

Un excursus anche letterario, si diceva. Il protagonista vaga per una terra ignota tutta da esplorare. Esplorando una lussureggiante complessità natural-geografica che rischia di inghiottirlo (Onalaska è nel Wisconsin, ma altri luoghi sono di fantasia), esplora anche se stesso. Cresce attraverso la disvelazione, costante, di questo altrove così attraente e ammaliante. E se il tema del “viaggio per crescere” è un sottogenere letterario fra i più sfruttati, è meno ovvio che la scelta di un concept simile arrivi da un autore che in passato amava sussurrare brevi confessioni pizzicando poche corde.

“Visions of us on the land” è quindi opera viva e pulsante, forse il meglio che l'estro di Jurado possa offrire. E' un viaggio mai lineare, pieno di deviazioni psichedeliche, curve inattese e brevi pause ristoratrici. Verso la fine di questa lunga marcia, “Cinco de tomorrow” e “And Loraine”, i momenti in cui anche le orecchie più scafate si piegano alla poesia avventurosa e itinierante di Damien Jurado.
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