«AMORE DI CLASSE - Statuto» la recensione di Rockol

Statuto - AMORE DI CLASSE - la recensione

Recensione del 20 gen 2016 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Tornano, sempre pimpanti, entusiasti, compatti i torinesi di Statuto. E lo fanno omaggiando – in un certo senso – una delle band che del loro retroterra culturale è un simbolo, ossia gli Who. Il tributo più intrigante (a parte l’adesione a uno stile e un sound ben noti ai fan della formazione britannica) risiede nella natura del nuovo disco, che è un concept album – ambiente che alla band di Daltrey e Townshend è sempre stato piuttosto congeniale, per usare un eufemismo.

La formazione sabauda spiega che “Amore di classe” è “una storia vera e propria raccontata consequenzialmente nelle canzoni” – e, per sottolineare il concetto, chi ha preordinato il lavoro ha anche diritto a ricevere “il libricino con la storia raccontata nel disco con tanto di ‘fotoromanzo’” che illustra la vicenda. Ma di che vicenda si tratta, quindi? Diciamo che siamo coi piedi ben piantati nella poesia metropolitana, un filino nazionalpopolare se vogliamo, ma altresì ancorata a stilemi e paletti narrativi praticamente infallibili: “Amore di classe”, infatti, racconta la storia d’amore tra il giovane mod Adamo – figlio di una famiglia operaia – ed Eva, rampolla di una famiglia alto-borghese e benestante (con tanto di mamma conduttrice televisiva). Insomma, un mash-up classicissimo di “Antico Testamento”, Shakespeare e tutto ciò che è venuto dopo – con buona pace dei detrattori del modus operandi postmoderno, con annessa tendenza al pastiche.

E la musica? Quella è Statuto 100%, quindi un rock energico, ma molto raffinato e rifinito – con un mood che meticcia pop, power pop, beat, rocksteady, ska... senza dimenticare un tocco di soul e Northern soul, come il mod sound insegna. Ci sono anche episodi molto più ruvidi, che ammiccano alle sonorità più spigolose dei Sixties (non proprio garage rock, ma quasi) come “Non sei lei” – incazzata, ma stilosa e patinata al contempo, con tanto di freakout chitarristico.

In breve questo è un disco che si basa su un bell’equilibrio fra l’anima più stradaiola/old school degli Statuto e quella più raffinata e commerciale – nel senso di mainstream pop. La formula funziona davvero, complice una notevole dose di mestiere, ma anche un gusto speciale per la forma canzone.
Difficile trovare uno o più brani che si distinguono, visto il livello oggettivamente alto – ma anche per il fatto che, facendo parte di una narrazione comune, queste composizioni vivono principalmente come tasselli di un mosaico (pur non soffrendo particolarmente se decontestualizzate – giusto i testi funzionano meno, in quel caso).
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