«LA CARRIERA IN DIECI DISCHI - David Bowie» la recensione di Rockol

Dieci dischi per ricordare la carriera di David Bowie

Ad un anno dalla scomparsa, ripercorriamo il meglio della produzione discografica di Bowie.

Recensione del 10 gen 2017

La recensione

Una discografia enorme, un monumento al rock, dagli esordi negli anni '60 all'ultimo album-capolavoro "Blackstar". Per celebrare la carriera di uno dei più grandi artisti rock di sempre, abbiamo scelto i 10 album più importanti della carriera di David Bowie: ecco le schede di ogni album, estratte dal "Dizionario del Pop-Rock" di Enzo Gentile ed Alberto Tonti, (per gentile concessione di Zanichelli).

 

Cantante, autore, produttore, musicista, attore e quant'altro, David Robert Jones (Brixton, 1947) è uno degli artisti Pop più influenti del ventesimo secolo. Nella sua carriera ricchissima di impegni, successi, variabili e collaborazioni, Bowie ha cavalcato come nessun altro l'onda dell'ambiguità e della provocazione, spaziando tra i linguaggi, compresa l'arte figurativa: la sua curiosità è stata fin dai primordi un formidabile carburante espressivo.

 

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"Space Oddity" (Philips, 1969 - 5 stelle)

Un viaggio nel Folk-Rock psichedelico caratterizzato da ballate intimiste (Janine, An Occasional Dream), polverosi ricordi hippie (Memory Of A Free Festival) ma soprattutto da Space Oddity, maestosa e visionaria sinfonia siderale liberamente ispirata al film ‘2001: Odissea nello spazio’ di Stanley Kubrick. Nell'anno dello sbarco sulla luna è un boom, che gli spalanca la strada.

 

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"The Man Who Sold the World" (Mercury, 1970, 4 stelle)

Fra nichilismo, superomismo alla Nietzsche e psicoanalisi, gli incubi esistenziali di Bowie abitano qui: evidenziati da suoni lancinanti e claustrofobici che esasperano l'Hard Rock facendosi beffa della Psichedelia. La deflagrante potenza di questi brani è frutto del virtuosismo chitarristico di Mick Ronson, futuro Spiders From Mars.

 

 

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"Hunky Dory" (RCA, 1971, 5 stelle)

Bob Dylan, Andy Warhol, Lou Reed: l'artista inglese, che con questo disco comincia a dare di sé un'immagine ambigua e sessualmente trasgressiva, omaggia i suoi miti americani costruendo brani che rispolverano il Rock dei Velvet Underground ("Queen Bitch") e decodificano lo schema classico della canzone cantautorale. Alternando atmosfere spaziali ("Life On Mars?"), viziose melodie da cabaret mitteleuropeo ("Kooks", "Fill Your Heart") e momenti dalla grandiosità brechtiana ("The Bewlay Brothers"), Bowie realizza un capolavoro di decadentismo musicale consegnando ai posteri due fra le sue più belle e struggenti composizioni: Changes e Quicksand.

 

 

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"Diamond Dogs" (RCA, 1974, 4 stelle)

Doveva essere un musical ispirato al romanzo ‘1984’ di George Orwell, si tramuta invece nell'album più creativamente paranoico di Bowie: un incubo futuribile che parte dal Rock jaggeriano della title track e di "Rebel Rebel", si insinua nell'apocalittico melodramma di Sweet Thing/Candidate e trova spunti alla Isaac Hayes in 1984.

 

 

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"Young Americans" (RCA, 1975, 4 stelle)

La negritudine di Bowie (già svelatasi negli esordi R&B degli anni Sessanta) trova qui il suo habitat più naturale. Brani insinuanti, corroborati dal Philly Sound e dal Blue Eyed Soul, si affiancano a pezzi che ammiccano alla Disco Music ("Young Americans"). In Fame c'è John Lennon, così come nella beatlesiana "Across The Universe".

 

 

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"Heroes" (RCA, 1977, 5 stelle)

Sempre Berlino (è l'unico disco della “trilogia” interamente realizzato lì), di nuovo la sperimentazione. La coppia Bowie/Eno ribadisce e approfondisce quanto esposto in "Low". Anche in questo caso la parte strumentale e “ambientale” rappresenta l'altra faccia della medaglia di quella vocale: che è densa di suoni, magmatica, impeccabilmente focalizzata sul furore del Rock e l'incedere metronomico tipico della musica tedesca per sintetizzatori. È un lavoro discografico già proiettato nel nuovo secolo, questo, destinato a non temere l'usura del tempo. Ma è soprattutto l'album che custodisce il capolavoro dell'intera arte bowiana: il brano "Heroes", un concentrato d'epicità e di neoromanticismo decadente.

 

 

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"Scary Monsters (and Supercreeps)" (RCA, 1980, 4 stelle)

Robert Fripp, Tom Verlaine e Pete Townshend si mettono al servizio di questo disco nel quale Bowie rivaluta lo spirito del Glam e lo filtra attraverso il Techno Pop. Il risultato produce canzoni dal forte impatto emotivo, diremmo Post Punk, che comunque non trascurano né il funky ("Fashion") né la melodia ("Ashes To Ashes", epitaffio ideale di Space Oddity).

 

 

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"Let's Dance" (EMI, 1983, 3 stelle)

Nile Rodgers degli Chic co-produce la metamorfosi di Bowie: dance cerebrale al posto della sperimentazione, la chitarra Blues di Stevie Ray Vaughan. Il disco sbanca le classifiche e, bersaglio centrato, fa ballare con "China Girl".

 

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"1. Outside" (RCA, 1995, 4 stelle)

La nuova musica dell'artista è plumbea: alterna lacerazioni strumentali, stasi “ambient” e perle vocali gonfie di struggente malinconia. Techno, Rock e Avanguardia divengono materia da plasmare con l'aiuto di Brian Eno. E le liriche, stravolte seguendo la tecnica del cut-up cara a William Burroughs, disegnano storie feroci da apocalisse prossima ventura.

 

 

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"The Next Day Sony" (Sony, 2013, 4 stelle)

Dieci anni di silenzio discografico, le uscite pubbliche sempre più sporadiche, le voci preoccupanti sullo stato di salute. E poi, improvvisamente, un nuovo album di inediti. Bowie spiazza e per una volta lo fa senza trucchi, offrendosi per quello che è: un rocker di mezza età che pur non essendo preda della nostalgia usa un linguaggio sonoro collaudato. Non rinuncia a qualche scelta azzardata come la ballata malinconica "Where Are We Now?" oppure la sincopata "Dirty Boys" che ricorda certe cose di Tom Waits. Altrove c'è il Bowie di sempre: un po' più rassicurante, ma solo raramente incolore. La copertina è a suo modo scioccante: un quadrato bianco appiccicato sulla cover di Heroes, il titolo dell'album del '77 cancellato da un pennarello.

 

 

 

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