«ZIPPER DOWN - Eagles of Death Metal» la recensione di Rockol

Eagles of Death Metal - ZIPPER DOWN - la recensione

Recensione del 29 set 2015

La recensione

“La calma è la virtù dei forti”, dicevano le mamme che volevano contenere gli entusiasmi di noi ragazzini degli anni Settanta. La classica predicozza da campo giochi, che ti fa solo girare le scatole e di solito prelude a qualche castigo o punizione, perché della calma non te ne frega niente se hai sei anni. Ebbene, gli Eagles of Death Metal hanno deciso di ascoltare mamma, hanno abbracciato l’adagio e se la sono presa con estremo agio e tranquillità: ci hanno messo otto anni per pubblicare “Zipper down”. Però non possiamo non riconoscere che ne è valsa la pena. E forse è meglio chiarire subito che, in questi sette anni, Josh Homme e il socio Jesse Hughes non si sono fatti prendere dalla frenesia del perfezionismo barocco, lavorando ossessivamente ai pezzi e spogliandoli – come di regola accade – dell’immediatezza che il genere della band richiede. Anzi, nonostante tutto “Zipper down” ha un buon feeling ruvido e immediato, da lavoro inciso alla vecchia maniera, senza fronzoli e belletto.

Si parte con il singolo apripista “Complexity”, che ha un mood molto rock’n’roll/hard: un pezzo che invita allo stomp, con piano elettrico r&b come si usava ai vecchi tempi – diciamo alla Stones/Faces, giusto per dare un’idea. La successiva “Silverlake” è più metal-hard rock con tinte da Sunset Boulevard, ma senza il trucco e i capelli cotonati: godibile e con un ritornello un po’ scuro (come il riff portante, del resto).
Il terzo brano, con citazioni MC5 nel riff di apertura, è una scheggia notevole, che fa muovere gambe, chiappe e testina: arrivati a questo punto il discorso è più che limpido e cristallino. Come sempre non si inventano niente/nada/nix/nothing, perché non vogliono inventare niente, ma utilizzano con una certa sicurezza ingredienti ben noti e dal sapore decisamente speziato.
Nella successiva “I love you all the time” si vanno ad evocare suggestioni alla Marc Bolan, con quel tocco più British e pop, ma con animo intrisi di glam rock decadente: un brano intrigante, che suona come una outtake incisa 40 anni fa. E sempre il glam-boogie carico di saturazione (con qualche linea di chitarra sleaze metal/street metal) è la linea conduttrice della seguente “Oh girl”, che scivola via tamarra come da manuale.
“Got the power” arraffa parte del riffing di “Raw power” di Iggy & The Stooges, tramutandosi in un brano più lento e vizioso, in cui la slide ti fa il solletico come una prostituta in un bar di New Orleans, mentre ti ruba il portafoglio – e tu credi stia flirtando.

Su “Skin tight boogie”, fa capolino una chitarra distortissima, quasi fuzz, abbinata ad atmosfere swamp e gothic, con un tocco grunge. La chiusura è affidata a quattro brani nel medesimo mood, ma con una sorpresa niente male: una cover di “Save a prayer”, l’inno pop-wave dei Duran Duran risalente al 1982 – era in “Rio” e venne pubblicata anche come singolo. La versione di Homme e Hughes ha un feeling da rock deviato, con dissonanze ben in evidenza... rispetto alla ballata pop dei Duran c’è una bella differenza e – se non altro – il coraggio di riscrivere a proprio modo un brano che, per molti, è un pezzo del proprio passato e magari non apprezzeranno questa intrusione hard.

In sostanza, “Zipper down” è un buon disco, gli EODM hanno fatto ciò che tutti si aspettavano da loro – divertendo e rockeggiando senza andare per il sottile, fra doppi sensi nei testi e schitarrate.
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