«MILEY CYRUS AND HER DEAD PETZ - Miley Cyrus» la recensione di Rockol

Miley Cyrus - MILEY CYRUS AND HER DEAD PETZ - la recensione

Recensione del 03 set 2015 a cura di Davide Poliani

La recensione

Ad un certo punto, quasi alla fine della lunga sequenza di canzoni, Miley Cyrus piange. Piange mentre canta.
Succede in “Pablow the blowfish”. Pablow è un pesce palla ed è uno dei “her dead petz”. E’ un momento tristissimo, seguito da un piano che si chiude violentemente e da un “Damn!” urlato.
E’ la migliore rappresentazione delle dichiarazioni che hanno accompagnato l’uscita del “disco a sorpresa” di Miley Cyrus, "Miley Cyrus and her dead petz”: “Non sono un pollo senza testa”. “Faccio un po’ quello che mi pare”. Fumare, fare musica a modo mio, collaborare con mi pare, pubblicare album quando lo decido io.
Esistono ancora i “dischi a sorpresa”? Ed è una sorpresa che Miley Cyrus cambi completamente registro? La risposta è un sonoro, doppio “no”.

“Miley Cyrus & her dead petz” è un bel disco, infinitamente triste nelle atmosfere, e con un obbiettivo ben preciso: dimostrare la libertà artistica della maggiore popstar degli ultimi tempi. Esattamente come Miley si definisce “pansessuale” nella vita personale, vuole dimostrare di essere “panmusicale”, passando dal pop di “Bangerz” ad un disco inciso con Wayne Coyne. Un disco dei Flaming Lips cantato da Miley, o quasi.

La linea che divide la collaborazione dal divertissement è sottile, e come se non bastasse, è anche sfumata: l'operazione imbastita da Miley Cyrus e Flaming Lips si muove in questa terra di confine, facendo della spontaneità e della libertà la propria cifra primaria, senza preoccuparsi di lasciare nodi irrisolti lungo i 92 minuti di "Miley Cyrus and her dead petz".

Il sospetto che non ci sia stato un filtro, e che qualsiasi cosa saltata fuori durante le session sia finita nella tracklist definitiva del disco è forte, e tutto sommato la mancanza di certi passaggi per lo meno interlocutori non l'avremmo sentita: lo scambio tra la voce di "Bangerz" e la band di Wayne Coyne non è sempre armonioso, e quando il gioco si riduce alla pura fusione dei rispettivi stili il respiro dell'opera si accorcia. Se, per esempio, in "Evil is but a shadow” e "I get so scared" si intuisce il fuoco dello scambio, in altri le idee sembrano poggiare su fondamenta sostenute più dall'entusiasmo che da un reale disegno artistico.

E poi, permetteteci: per buona parte sembra musica da “presi male”. “Yeah I smoke pot, yeah I love peace, But I don't give a fuck, I ain't no hippy”. Non sarà una hippy, ma a parte alcuni momenti (come l’iniziale “Dooo it!”, che apre l’album in queste parole e ritmi elettronici), l’album ha toni sommessi, come se l’effetto di tanto consumo sia un down, e bello pesante - che culmina in quel pianto - simulato o meno. L’essere presi male non è un male, ovviamente. Ma se i 92 minuti del disco testimoniano la bravura di Miley Cyrus, la sua imprevedibilità, queste atmosfere rendono difficile arrivare fino alle fine del disco in un colpo solo.


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Ma sommato, il limite maggiore di "Miley Cyrus and her dead petz" non sembrano le atmosfere. Ma la sensazione che le controparti non sembrano si mettono in discussione. Anzi.
A tratti si percepisce del compiacimento, nel tentare di far combaciare due mondi (all'apparenza) così distanti. E proprio questo è il limite di una collaborazione configurata più come divertissement che come sfida: Miley Cyrus e i Flaming Lips che fanno un disco insieme sono sicuramente una cosa curiosa, ma non è da dare per scontato che i loro nomi - e la loro storia - la rendano automaticamente una cosa interessante.
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