«THE BOOK OF SOULS - Iron Maiden» la recensione di Rockol

Iron Maiden - THE BOOK OF SOULS - la recensione

Recensione del 07 set 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Chi c’era, una trentina d’anni fa, probabilmente si sentirà protagonista di una specie di viaggio indietro nel tempo. Come se fossimo tornati al 1986 o giù di lì. Il motivo è semplice: nel giro di un paio di mesi – tra la fine di agosto e la metà di ottobre – questo 2015 ci regala le nuove uscite di una serie di nomi fondamentali del metal. Motörhead (“Black magic” è arrivato a fine agosto), Iron Maiden (di cui andremo a parlare a breve), Slayer (11 settembre) e Saxon (15 ottobre).
Godiamoci, dunque, questo time warp, una di quelle cose che solo il rock ci può regalare.

Con “The book of souls” la premiata ditta Iron Maiden giunge al sedicesimo disco in studio, dopo una pausa di cinque anni dal precedente “The final frontier”, che non aveva convinto al 100%. Ma questa nuova prova è un bel colpo decisamente: Harris, Dickinson e gli altri tornano in formissima, con un sound fedele al proprio nome e fama, ma al contempo sorprendentemente vitale – insomma, non c’è spazio per la sindrome del dinosauro che si morde la coda, che produce quei dischi “dovuti”, in cui una band scimmiotta il proprio passato, zoppicando e arrancando.
Non deve spaventare il fatto che si questo è un doppio album (il primo doppio in studio di sempre, per i Maiden), che la durata totale è in pratica quella di un film (oltre 92 minuti di musica) e che il brano di chiusura – “Empire of clouds” – è una suite epica che detiene la palma di pezzo più lungo firmato dalla band (scalzando quindi dal podio “Rime of the ancient mariner”, dopo 31 anni)... questi sono solo dettagli coreografici che non inficiano in alcun modo la validità di questa raccolta di nuovi brani. Anzi, a sorprendere è la freschezza delle composizioni, imputabile probabilmente al metodo di scrittura e registrazione adottato: a quanto pare, infatti, la band è arrivata in studio con una serie di idee da sviluppare, piuttosto che portare brani finiti e minuziosamente cesellati, solo da incidere. Questo modus operandi ha portato a un alto grado di spontaneità (lo testimoniano anche i credits, in cui compaiono in pratica tutti i nomi dei musicisti, a parte il roccioso drummer Nicko McBrain) e a una dinamica più guizzante... cose che francamente non erano cosi banali da mettere sul piatto, per una formazione così e con tanti anni di servizio alle spalle.



“The book of souls” è Maiden al 100% e sicuramente – oltre a ribadire la caratura della band – riporterà all’ovile un bel po’ di coloro che, negli ultimi anni, possono avere accantonato la fede nella Vergine di Ferro della NWOBHM. Del resto parlano chiaro brani come “The red and the black” (l’unico scritto interamente da Harris), “Speed of light”, “Death or glory” e “Tears of a clown” (dedicata a Robin Williams) che hanno la stoffa dei classici – è facile immaginarli in scaletta, live, dove potranno diventare nuovi inni che non sfigurano al fianco dei classiconi.
Anche il mood generale del disco è più frizzante, con tempi che non si assestano necessariamente sulla dimensione “mid”, ma spaziano, fino ad arrivare alla velocità da golden age di “When the river runs deep”, con frazioni di puro speed metal old school... per cui non possiamo che promuovere a (quasi) pieni voti “The book of souls”.

In chiusura non è possibile esimersi dallo spendere qualche riga per “Empire of the clouds” – di cui abbiamo già detto essere la composizione più lunga mai incisa dai Maiden, allo stato attuale delle cose. Si tratta dell’opera magna della band, una suite metallica di diciotto minuti e un secondo, in cui si alternano fasi orchestrali, segmenti marziali, stop & go epici. Certo, non batte il carisma e la forza espressiva di “Rime of the ancient mariner”, ma è di sicuro la canzone più articolata, sfaccettata e impegnativa che la band ha sfornato in tutta la carriera... e non è affatto poco.
Menzione d’onore alla performance di Bruce Dickinson, che si cimenta anche al piano e – soprattutto – ha cantato l’intero album appena prima di scoprire di avere una forma di cancro alla testa e al collo, per cui è stato operato e ha seguito una lunga terapia per giungere alla guarigione. Un gesto davvero epico, almeno quanto “Empire of the clouds”.
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