Recensioni / 07 set 2015

Coez - NIENTE CHE NON VA - la recensione

Voto Rockol: 3.0 / 5
Recensione di Fabrizio Zanoni
NIENTE CHE NON VA
Carosello Records (CD)



Probabilmente Michael Jordan sarà anche stato un buon giocatore di baseball quando, stanco del basket, aveva fatto il salto al professionismo nell'altro sport. Il problema, semmai, è che a pallacanestro è stato talmente bravo che l'ombra di cotanto talento messo da parte è inevitabilmente pesata sulla sua nuova avventura sportiva. Nel pop Coez, che domani 4 settembre "Niente che non va", pubblica il nuovo album rischia di avere lo stesso problema. Anche se nel rap, va detto, non ha raccolto quanto oggettivamente meritava. “Figlio di nessuno” è un album che non dovrebbe mancare in nessuna discografia di rap italiano. Da ascoltare, riascoltare e tramandare ai posteri. “Non ho mai mollato il rap", ci racconta. "Continua a piacermi e penso che nessuno degli artisti della scena con cui collaboro e ho collaborato mi consideri un venduto. Penso di essermi conquistato la mia credibilità. Se ho cambiato genere è anche perché chi vende nel rap ha un'eta diversa dalla mia e un pubblico che non credo sia in grado di cogliere quanto ho da dire. Io stesso non penso più alcune delle cose che ho messo nei miei pezzi rap. Ho fatto pace con certi miei fantasmi, penso che si senta. Da 'Figlio di nessuno' a 'Niente che non va passando per “Non erano fiori” la mia visione delle cose è molto meno negativa. Nel rap italiano che macina i grossi numeri io non mi ritrovo”.

La svolta pop ci priva quindi di un grandissimo artista della metrica per regalarci cosa? Un buon cantante con liriche intelligenti, che a tratti ricorda un po' Cesare Cremonini: “Io non ho molti punti di riferimento musicali stranieri. Cremonini mi piace ed è vero che in molti mi hanno fatto notare quanto i nostri suoni fossero simili. Anche alcuni musicisti in fase di realizzazione del disco. Ma è il mio destino quello di essere sempre sovrapposto a qualcuno. Nel periodo rap era Nesli, nel disco precedente dicevano Silvestri, nel prossimo sarò qualcun altro. A lungo andare non penso che il fatto che alcuni brani del disco ricordano la sua musica mi penalizzerà.”

E' sacrosanto che l'artista di origini salernitane segua la strada che sente ora più sua, che lo racconta e veste meglio ma rimane il rammarico di non sentirlo più cimentarsi, se non in rarissime occasioni in quello che è stato un terreno che ha saputo calcare con maestria. “Niente che non va” è un disco che accresce i pregi e smussa i difetti del precedente “Non erano fiori”, e vanta una qualità media dei brani superiore, nonostante il ruolo di Riccardo Sinigallia si sia ridimensionato (qui in semplice veste di supervisore della stesura testi): “Rispetto al passato scrivo in modo diverso, nel disco prima mi risultava più difficile, non ci ero abituato, nel comporre questo mi sentivo più libero, anche dalle paranoie di venir massacrato da chi mi ha conosciuto come rapper e mi ritrova in chiave pop. Il processo iniziato con il disco prima al fianco di Sinigallia è proseguito qui con Ceri, un beatmaker di 24 anni. qui alla sua prima prova al di fuori dal rap. Inizialmente Riccardo avrebbe dovuto seguire anche questo progetto ma ci siamo presto accorti che mancava il tempo, lui era in giro a suonare e io scrivevo e ho trovato in Ceri la spalla giusta, capace di inserire sonorità veramente atipiche.”

Introdotto dal primo singolo “La rabbia dei secondi” (uno dei pezzi più cesarecremoniniani del disco, insieme a “Ti sposerai”e”Dove finiscono le favole”), “Niente che non va” mischia una leggerezza di facciata soprattutto nelle scelte musicali e di arrangiamenti alle consuete tinte noir nella visione dell'amore (“Niente di che”, “Dove finiscono le favole”, “Le parole più grandi”)e della vita in generale (“Niente che non va” che Coez definisce “forse il mio miglior brano di sempre”). Per i nostalgici, va segnalato che un po' di metrica rap riappare in “Jet”. Coez va ascoltato con attenzione perchè la sua profondità di scrittura è notevole, nonostante, rispetto al periodo rap, lavori inevitabilmente per sottrazione lirica. Descrivere un quadro con un terzo delle parole usate prima non è facile ma lui piazza comunque sempre strofe degne di attenzione. Il coraggio di abbandonare la scena che gli ha dato visibilità nel momento di massimo successo del genere alla lunga pagherà? C'è chi prima di lui c'è riuscito (sicuramente Neffa, in parte Ghemon), e il talento c'è. Vediamo se basterà per fare il grande salto.