«BORN IN THE ECHOES - Chemical Brothers» la recensione di Rockol

Chemical Brothers - BORN IN THE ECHOES - la recensione

Recensione del 22 lug 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Tom Rowlands ed Ed Simons sono due ragazzi di buona famiglia; si incontrano perché studiano entrambi storia alla Manchester University e amano la musica. Sono gli anni della Madchester, dell’ecstasy, delle notti pazze al The Hacienda, delle contaminazioni fra indie/alt rock, EDM e psichedelia. Proprio da questo bizzarro connubio fra accademia ed edonismo – con l’album di esordio del 1995 – ha inizio l’avventura dei Chemical Brothers, che da 20 anni esistono, resistono e non mollano, fedeli a una propria poetica musicale ben precisa e riconoscibile. E infatti i due decenni di carriera ininterrotta sono, in parte, dovuti anche alla furbizia di sapere molto spesso identificare, intuire e usare nella propria scrittura le soluzioni più immediate, a presa rapida, quelle che “agganciano” e ti fanno entrare nella musica – anche a costo di sconfinare nel reame del non raffinato e del poco ricercato. Del resto band ciclopiche, anche di altri generi (AC/DC?) lo insegnano: a volte la soluzione più semplice è l’unica vincente. Tutto il resto è solo allungare il brodo o atteggiarsi.
Volete un esempio? Pronti: il brano di apertura, “Sometimes I feel so deserted”. Anche se non avete l’orecchio allenato a queste sonorità o semplicemente non le amate/praticate, non potrete negare che funziona e ha tutto il necessario per girare alla grande: gli stacchi stop & go, il cantato ruffiano, la melodia, il beat che costringerà tanti a sudare come montoni sul dancefloor e a godersi ogni singolo istante della faccenda. Eppure non è certo una composizione da Nobel per la musica... semplicemente è costruita egregiamente, per funzionare nel suo ambito e portare a casa il risultato (leggi: far ballare, far divertire – soddisfazione immediata, vuota e fugace finché si vuole, ma gratificante).



Lo stesso discorso vale per la seconda traccia, più nervosa e costruita su un buon mix di post punk (nella linea di basso), rap, Eurodance, beat tribal ed EDM. Fa muovere la testa, ti si pianta nel cervello. E non ha senso star lì a farsi troppe domande: è così e basta, baby.
Quindi, in sostanza, se il precedente (il settimo lavoro in studio del duo) “Further” del 2010 era all’insegna di un mood più astratto e leggermente meno easy nell’approccio, con il nuovo album il duo si getta a capofitto nell’occhio del ciclone, recuperando anche un po’ della ruvidità e della sporcizia degli esordi: una mossa che spesso paga, come in questo caso, e concede ossigeno, nonché una nuova freschezza a formule collaudatissime che – sebbene ancora funzionanti – rischiano di mostrare qualche segno di logorio. E, paradossalmente, “Born in the echoes” sembra suonare più Chemical Brothers che mai (collaborazioni e cameo compresi: qui troviamo anche St. Vincent in un brano), a 20 anni di distanza dall’inizio della loro avventura.

Quindi possiamo dire, con una formula inflazionata, “bentornati Chemical Brothers”. Certo, le regole del gioco le hanno inventate/cambiate già diversi lustri fa, quindi non sarebbe neppure lecito attendersi da loro ulteriori terremoti. Ma dischi buoni e validi così sì, quello è giusto aspettarseli... quindi bene così. E tutto ciò senza dimenticare ciò che Rowlands ha dichiarato in una recente intervista, per spiegare l’essenza dei Chemical Brothers: “A noi, in realtà, piace soltanto creare suoni divertenti e poi metterli insieme, in un ordine che abbia qualche tipo di senso... non è che ogni singola canzone debba per forza spiegare il senso della vita”. Pura saggezza da dancefloor, che sarebbe un errore snobbare.
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