SOL INVICTUS

Reclamation Recordings/Ipecac Recordings (CD)

Voto Rockol: 4.5 / 5
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di Andrea Valentini

Fa una certa impressione pensare che i nati nell’anno di uscita del disco precedente a “Sol invictus” sono oggi, in pratica, maggiorenni... tanto ci hanno messo Mike Patton e compari a ricompattare le file quel tanto che bastava per lavorare a nuova musica. Ma, evidentemente (e per fortuna!) ai Faith No More questa lunga pausa ha fatto bene... e un primo segnale è il fatto che, per la prima volta dal 1992, la band non ha cambiato formazione da un disco all’altro. Poi c’è la musica.

Chi li segue da fine anni Ottanta li ha sentiti definire il diversi modi: alternative metal, rap metal, funk metal, experimental metal... insomma, metal con aggettivazione distonica, a indicare un animo intrinsecamente ribelle alle convenzioni di un genere; e alle regole/stereotipo che vengono imposta dall’adesione a esso.
Quindi, fin dall’inizio (quando ancora non c’era Patton alla voce), il punto era che non si riusciva a inquadrarli. Piacevano ai metallari, anche senza essere thrash, glam o classic. Piacevano ai non metallari pur senza essere rap, wave, pop o alternative. E tutti – in particolare all’inizio – si sentivano un po’ in colpa nell’apprezzarli, perché costituivano una strana macchia nelle proprie diete musicali, roba che era difficile da giustificare (“We care a lot” o “Introduce yourself” inseriti in una collezione di thrash e speed non erano infrequenti da vedere, nella seconda metà degli anni Ottanta: erano guilty pleasures non da poco).

Tempo, storia e talento, alla fine, sono stati galantuomini, facendo dei Faith No More una sorta di cult band che trascende la regola fondante (e più penalizzante) di quello status: la relativa oscurità e mancanza di fama/esposizione. Cult mainstream? Può darsi. E chapeau.



Quindi, come si presenta questo“Sol invictus”, settima prova in studio della band con quartier generale a San Francisco? Be’, come diceva una famosa pubblicità anni Ottanta... “Si presenta bene!”. Anzi, benissimo.
Patton, Bordin, Gould, Bottum e Hudson hanno fatto Bingo e sono tornati fieri, sicuri, arroganti quanto basta, ma soprattutto in gran forma, assemblando 10 brani (per meno di 40 minuti complessivi di durata) che rivangano i fasti della golden age più commercialmente di successo dei FNM e li combinano con quella pulsione propria ella band, che tende allo spiazzamento, alla sorpresa e al sovvertimento delle aspettative. Attenzione però: questo non è “The real thing pt. II” – anzi, forse l’unico brano che davvero potrebbe essere avvicinato al mood di quel disco è il singolo “Motherfucker”... per il resto, invece, ci troviamo ad affrontare una band che distilla, raffina e amplifica (forte di un’esperienza ormai ultratrentennale) i propri storici punti di forza – su tutti, l’imprevedibilità.
Il bello di questo album, a parte regalare la sensazione piacevole di ritrovare un’ottima band – che poteva anche ipoteticamente accontentarsi di qualche sporadico show di reunion (a Patton, soprattutto, non mancano certo impegni e progetti da seguire) – è che unisce l’accessibilità degli episodi più commerciali dei FNM allo studio, la ricerca e la costruzione di un universo sonoro multiforme, sfaccettato, mai banale. Una pulsione che non era semplice da gestire, soprattutto dopo tanti anni, e rischiava di naufragare in un guazzabuglio di tentativi autoreferenziali.
Con un album così... possiamo considerarci sinceramente soddisfatti per i prossimi 17 anni abbondanti.