«NATALIE PRASS - Natalie Prass» la recensione di Rockol

Natalie Prass - NATALIE PRASS - la recensione

Recensione del 25 feb 2015 a cura di Michele Boroni

La recensione

Nella musica, come per i film e i libri, la tempistica è fondamentale. Gli inglesi utilizzano l'eloquente espressione time to market intendendo che esiste un tempo giusto per uscire sul mercato e vendere un sacco di copie. Questo disco di Nathalie Prass è stato registrato nel 2012 ed è rimasto fermo - a decantare, come un buon vino – per quasi tre anni. Non conosco con precisione quale siano i reali motivi del ritardo d'uscita, ma mi piace pensare che Matthew E. White, il produttore del disco e gran guru della Spacebomb records, ritenesse che il disco non fosse allora ancora pronto per il lancio. Se fosse andata davvero così, avrebbe avuto ragione da vendere.
Mai come in quest'ultimo anno, infatti, si è sentito in giro un ritorno così massiccio di soul-pop song influenzate dal suono FM americano anni 70, con archi e ottoni in stile Muscle Shoals e riferimenti al canzoniere americano che va dai Fleetwood Mac a Carole King passando da Dusty Springfield. Perché di tutto questo, e di altro ancora, è composto l'esordio di Nathalie Prass - classe 1980 da Cleveland – che in questi anni di pausa forzata ha tuttavia continuato a registrare (pare che siano già pronti altri due dischi) e a seguire come corista in tour Jenny Lewis, ex voce dei Rilo Kiley.
Ma vediamo quali sono gli elementi che hanno fatto gridare al miracolo gran parte della critica, sia quella mainstream sia la frangia più indie o hipster. Innanzitutto c'è la voce della Prass: delicata e soave, ma anche estremamente luminosa e vigorosa, capace di spingersi insieme agli archi in crescendo mozzafiato (“Violently”), ma che riesce anche a stare un passo indietro rispetto alla musica, e dove anche il recitato non risulta stucchevole (in “Reprise” la versione più scarna della già bella “Your Fool”).
Le canzoni di questo disco raccontano storie d'amore tristi o finite male (l'iniziale “My baby don't understand me” parte con “I don’t feel much, afraid I don’t feel anything at all” e poi più avanti, “Our love is a long goodbye, We keep waiting for the train to cry”) ma cantate con tono leggero che le fa sembrare più delle fiabe piuttosto che drammatiche tragedie sentimentali, fino ad arrivare alla traccia finale che sembra addirittura provenire da un film Disney.
Ma sono soprattutto gli arrangiamenti (a cui ha partecipato, oltre allo stesso White, anche Trey Pollard) a fare la differenza: tutti i pezzi sono caratterizzati da sapienti e raffinati tappeti incrociati di archi e fiati che ammaliano e arricchiscono le composizioni in equilibrio tra country, soul e canzone d'autore, tra Dusty Springfield e Minnie Ripperton, ma con una certa eleganza flamboyant à la Diana Ross.





Nonostante i tanti riferimenti al passato, l'esordio di Nathalie Prass non è certamente un disco retromaniaco: la maggior parte delle canzoni contengono elementi di grande contemporaneità, dal gioioso clap hands in “Your Fool” al soul bianco che ricorda la migliore Joan as a Police Woman di “Why don't you believe in me” fino a più di un punto di contatto con le recenti Angel Olsen, Sharon Van Etten e pure Feist.
Forse l'unico difetto di questo disco è che, dopo una serie prolungata di ascolti, l'imponente produzione di White rischi di sovrastare il songwriting leggero della Prass.
Per il momento, almeno secondo chi scrive, questo è un rischio che “Nathalie Prass” non corre.
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