«VULNICURA - Björk» la recensione di Rockol

Björk - VULNICURA - la recensione

Recensione del 24 gen 2015 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Alla terza canzone finiamo sotto le lenzuola con Bjork. È notte fonda e lei s’avvicina al suo uomo. Lo sveglia e in quel momento come in un gigantesco time-lapse rivive ogni attimo passato assieme, la loro storia d’amore compressa in un folgorante secondo che ne precede la morte. La musica pare fermarsi di fronte all’intreccio di bellezza e dolore, per poi ripartire e assumere la forma di un respiro digitale, una specie di nuvola sonora carica di minaccia e angoscia. Il nuovo album di Björk “Vulnicura” è pieno di momenti così: parole semplici s’abbinano a musiche sofisticate, testi strazianti emergono per contrasto da una tela sonora raffinata. L’artista che ha racchiuso il cosmo in un cd ora canta dell’argomento più abusato del pop: l’amore. Facendolo, firma il suo disco migliore dai tempi di “Vespertine”.

“Vulnicura” è il diario sonoro della dissoluzione della storia fra la cantante islandese e l’artista Matthew Barney, e ne è al contempo la cura. Dentro s’agitano forze potenti e primitive. “A complete heartbreak album”, l’ha definito lei sul suo profilo Facebook. Pubblicato in digitale un mese e mezzo prima dell’effettiva uscita del compact disc per limitare l’effetto sulle vendite di un leak, è un lavoro sofisticato e viscerale, esteticamente folgorante, per certi versi verboso e difficile. È improbabile che piaccia a chi va in cerca di semplici canzoni pop. Troppo strano, intellettuale e lento, troppo estremo e desolante, privo di ritmo, bizzarro. Eppure l’artista islandese non è mai stata così candida circa i propri sentimenti e qui guarda in faccia dolore (anche fisico), incomunicabilità, rabbia, smarrimento, sfinimento provocati dalla separazione. E li racconta a modo suo.

L’album è diviso idealmente in tre parti. Le prime tre canzoni raccontano lo stato d’animo di Björk rispettivamente nove, cinque e tre mesi prima della rottura, tra frustrazione e incertezza. “Black lake”, “Family e “Notget” sono un riflesso delle emozioni provate due, sei e undici mesi dopo, e non sono meno strazianti nel raccontare la dissoluzione della famiglia – la coppia ha una figlia di 12 anni, Isadora. L’artista lo fa in modo crudo, offrendo al pubblico un documento senza filtri della propria vulnerabilità e pure della rabbia nei confronti dell’ex. Sono i momenti più intensi e devastanti del disco, specie “Black lake” che con i suoi dieci minuti di durata rappresenta il cuore emotivo del lavoro. Le ultime tre canzoni, fra cui gli otto minuti di duetto con Antony Hegarty “Atom dance”, sono svincolate dalla sequenza cronologica, ma riflettono sui medesimi temi e li pongono in una prospettiva finalmente universale, evitando la scorciatoia del finale consolatorio.

Sarebbe un peccato se l’attenzione riservata ai testi offuscasse la brillante miscela di archi ed elettronica che rappresenta il cuore musicale dell’album, il suo linguaggio. Il tema sarà pop, ma “Vulnicura” somiglia a un’opera contemporanea dove convivono violini, viole, violoncelli, manipolazioni elettroniche e la formidabile presenza vocale di Björk. Per dare una forma sonora al proprio dolore la cantante si è fatta aiutare dal produttore venezuelano Alejandro Ghersi in arte Arca, noto per le collaborazioni con FKA twigs e con il Kanye West di “Yeezus”, e autore l’anno scorso del brillante “Xen”. Il mix è affidato a Haxan Cloak, ovvero Bobby Krlic, creatore fra le altre cose dell’impressionante “Excavation” (2013). Entrambi sotto i 30 anni, non creano beat su cui ballare o agitare i pugni, sono manipolatori di suono visionari e inquieti che usano l’elettronica come fossero compositori colti. Ed entrambi contribuiscono al carattere impressionista di “Vulnicura”.

Gli arrangiamenti per archi curati dalla stessa Björk accompagnano, inusuali e intensi, la narrazione sottolineandone il carico emotivo, mentre i beat frammentati e i panorami elettronici spettrali di Arca offrono una sorta di scenario psicologico turbato, un’eco sonora di un mondo interiore in disfacimento. E così il canto galleggia su musiche ora vibranti d’emozione, ora astratte, in una dinamica potente che travolge emotivamente e stimola l’intelletto. A volte la musica sembra uno sciame sonoro che si scompone e ricompone per esprimere un ampio ventaglio di sentimenti sfidando le regole della canzone. Lo dice Björk in “Family”: “Innalzo un monumento all’amore / C’è uno sciame sonoro / attorno alle nostre teste, e possiamo sentirlo / Ci può guarire e lenire il dolore”. Ecco cos’è “Vulnicura”: un disco sull’amore, su quanto esso possa somigliare alla morte, e sul potere della musica di alleviare la sofferenza.
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