«MONUMENTS TO AN ELEGY - Smashing Pumpkins» la recensione di Rockol

Smashing Pumpkins - MONUMENTS TO AN ELEGY - la recensione

Recensione del 09 dic 2014 a cura di Mattia Ravanelli

La recensione

Sbagliare rende liberi. Quando non hai più nulla da perdere… be’, non hai più nulla da perdere, ed è la storia recente degli Smashing Pumpkins. Si scrive “recente”, ma si legge “da dopo Mellon Collie and the Infinite Sadness”. Corgan e chi ha gravitato attorno al pianeta Smashing Pumpkins assieme a lui ha visto recapitarsi addosso più o meno qualsiasi tipo di critica concepibile, a torto o a ragione a seconda dei punti di vista. Sta di fatto che l’ex idolo adolescenziale di una generazione targata anni ‘90 ha ormai intrapreso una strada lastricata di chissenefrega, seguendo sempre e comunque le sue bizze personali e la sua visione, quanto mai volatile, del concetto di musica, di industria discografica e pure di “band”. Se negli ultimi anni pareva che gli Smashing Pumpkins, tra tour convincenti e un buon disco quale è stato Oceania (2012), fossero tornati a essere un gruppo nel senso più puro del termine, tutto cambia con "Monuments to an elegy".

In attesa di scoprire come si evolverà il discorso con "Day for night", l’altro album in lavorazione e previsto per il 2015 inoltrato, gli Smashing Pumpkins danno alle stampe un episodio unico e imprevisto della “loro” carriera: solo 35 minuti scarsi di musica. Un disco dritto, essenziale e quindi un unicum in una discografia fatta di ambizione infinita e pretese a tratti ultraterrene. A conti fatti "Monuments to an elegy", almeno nella forma, è equiparabile alla svolta di "Backspacer" dei Pearl Jam, altra gente che non è mai venuta a capo della fine degli anni ‘70. Perché in effetti sì, un disco che vive attorno a “sole” nove canzoni è, anche ufficialmente (vedi svariate interviste di Corgan), il tentativo di tornare a quell’era in cui gli LP erano principalmente (ma non solo) questioni che si risolvevano ben prima dell’ora di musica. Quello che conta, comunque, è che "Monuments to an elegy" funzioni e lo faccia senza rimanere mortalmente e colpevolmente ancorato a chissà quale passato della band di "1979", "Cherub rock" o, figurarsi, "Ava adore".

L’elemento portante di un disco degli Smashing Pumpkins è sempre stata la chitarra o, addirittura, i muri stratificati di chitarre e tutto sommato "Monuments to an elegy" non si discosta troppo dalla strada maestra, pur puntando in maniera inedita sul suono un po’ retro e un po’ no dei sintetizzatori. Qui utilizzati in maniera continua e suadente, anche se i risultati sono differenti da quelli sperimentati proprio nel 2012 con "Oceania". "Tiberius" apre le danze con una miscela di atmosfera e potenza che, poi, esplode più compiutamente in "One and all (We are)", probabilmente il suono che Corgan cercava ai tempi di "Zeitgeist" (2007) e che trova, finalmente, oggi. "Being beige" e "Run2Me" sono i passaggi più puramente pop che la band non si fa mai mancare e se la seconda a tratti indugia troppo sullo stesso passaggio, come da tradizione recente di Corgan, la prima guadagna in spessore ed efficacia quando ascoltata all’interno del disco completo, piuttosto che abbandonata a se stessa sul player di YouTube.

Decisamente più interessanti le soluzioni di "Anais!", con un giro di basso che a tratti ricorda i sapori di "Gish" e un’interpretazione vocale fuori dal comune per il frontman di Chicago, e dell’ottima "Drum + Fife", che riesce in quattro minuti a scovare nuovi panorami sonori e a infilare in un certo senso quella epica tipica di altri viaggi, dall’estensione assai più generosa, degli Smashing Pumpkins. "Monuments" riprende ancora e con successo una linea di basso potente e calda, accoppiandola a chitarre chiassose ed esuberanti, frutto di una collaborazione ormai consolidata tra Corgan e Schroeder. Che il tutto venga introdotto e puntellato dall’urlo felpato del solito sintetizzatore è il segno che "Adore" e soprattutto "TheFutureEmbrace" (2005) non siano stati catalogati come errori di percorso dal tizio alto che non le manda a dire. Sopra e dietro a tutto si fonde la “nuova” batteria di Tommy Lee (Mötley Crüe), potente e precisa quanto umile e intelligente nell’adattarsi agli scenari musicali degli Smashing Pumpkins. Ma sì, naturale, Chamberlin rimane un’altra cosa… eppure dovremmo anche smetterla di dirlo a un certo punto.



Per essere un disco compatto e incapace di perdersi in divagazioni, nel bene e nel male, "Monuments to an elegy" mostra una ricchezza di rimandi davvero imprevedibile. Non solo andando a recuperare svariati periodi degli Smashing Pumpkins, ma anche giocherellando con la new wave primi anni ‘80 di Cure o Depeche Mode (Dorian) e senza vergognarsi di mettere in piedi un esaltante episodio conclusivo davvero seventies, leccatissimo (e splendidamente paraculo) come "Anti-Hero".
Non il capolavoro che segna una svolta, ma un disco davvero godibile, limato e rifinito probabilmente molto più degli altri lavori in studio degli Smashing Pumpkins. E il segnale innegabile che la voglia di fare e di studiare e di suonare non sia ancora venuta meno.
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