«GODDESS - Banks» la recensione di Rockol

Banks - GODDESS - la recensione

Recensione del 25 nov 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Una cantante posta una canzone in rete. Usa SoundCloud, ottiene numeri da YouTube. La BBC si innamora di lei, fa una premiere al primo singolo. Racconta poco di sé, crea (in)volontariamente mistero; ma ottiene visibilità, arriva ad aprire un tour importante (The Weeknd), ad avere un contratto discografico altrettanto importante. Ottiene l’hype, si parla un sacco di lei, finisce nelle liste di fine anno degli artisti da tenere d'occhio. Ma al tempo dell’uscita del primo disco arriva con il fiato corto, o forse schiacciata dalle aspettative.
Questa, in poche righe, la storia di Banks, spuntata dal nulla nel 2013, arrivata ad essere in un anno una delle next big thing, fino a pubblicare questo “Goddess”. Ottenendo molto meno di quello che ci si aspettava, fino al bacio della morte di Pitchfork, un sonoro 5 ed un drastico “noiosa”. Come commentava recentemente l’amico Pop Topoi, Banks è semplicemente tornata nella nicchia. Forse qualcuno pensava che le ballate scure ed elettroniche di questa giovane cantante di Los Angeles potessero diventare qualcosa di più, ma è l’effetto distorto della lente di di ingrandimento dei discorsi in rete.
Paradossi odierni del “successo”, in cui si mischiano meccanismi consolidati (il mistero, la spinta della radio) e nuovi (le piattaforme digitali, i discorsi sui social network). Personalmente, forse proprio per quest’hype, avevo snobbato la musica di Banks, ascoltandola distrattamente. Fino all’altra sera, quando ho visto una recente puntata di “Grey’s anatomy”, la cui scena finale era un potente montaggio su “Waiting game”, usando il suo contrasto tra l'incedere marziale e cupo dell'elettronica con la sua voce angelica. Già, le serie rimangono una delle migliori vetrine per i nuovi talenti, proprio per la loro posizione a cavallo tra spazi tradizionali (la TV) e nuove forme di consumo digitale. Insomma, sono andato a (ri)scoprirmi questo disco. Un gran bell’album di canzoni insieme contemporanee nei suoni e molto tradizionali nei temi, nella struttura e nell’interpretazione.



Leggendo in rete le recensioni di “Goddess” (uscito in digitale a settembre, in formato fisico in Italia proprio in questi giorni), vedi un altro paradosso. A Banks si critica tutto e l’opposto di tutto, soprattutto di non essere abbastanza sperimentale, o di non essere abbastanza tradizionale.
Il bello di “Goddess” è proprio lì, nel mezzo. L’impianto delle canzoni è quello della cantautrice giovane e tormentata, che si denuda nei testi e nell’interpretazione (una sorta di Fiona Apple 2.0, non a caso spesso citata e idolo della stessa Banks). Su questa base Banks, con l’aiuto di diversi produttori costruisce un tappeto elettronico fatto di synth scuri, beats e strati sonori. Il termine di paragone è Sohn, che non a caso produce diverse canzoni dell’album.
“Goddess” riesce però ad evitare alcuni stereotipi del genere. Evita la freddezza dell’interpretazione (come succede ogni tanto James Blake) ed evita l'intellettualismo estremo di certe produzioni che si fingono (indie)pop. E riesce a giocare anche bene con i suoni tradizionali, come in “You should kwow where I’m coming from”, bella canzone piano, voce e archi (anche questa finita in “Grey’s anatomy”) o l’acustica “Someone new” dove l’elettronica non c’è. Forse genera un po’ di stanchezza e ripetitività alla lunga: soprattutto nella versione deluxe, ben 18 brani. E dire che c’è chi le ha rimproverato di avere incluso 7 canzoni dagli EP precedenti…
Al netto dell’hype e del contro hype, “Goddess” è il disco di una cantante dalla personalità già ben definita e non banale, ottima autrice e interprete. Ragioni sufficienti per dedicarle più di un ascolto.
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