«WINGS AT THE SPEED OF SOUND (DELUXE EDITION) - Wings» la recensione di Rockol

Wings - WINGS AT THE SPEED OF SOUND (DELUXE EDITION) - la recensione

Recensione del 19 nov 2014 a cura di Luca Perasi

La recensione

Nuova puntata della “Paul McCartney Archive Collection”, la mega-operazione discografica sulla carriera post-Beatles di McCartney, cominciata nel 2010 con la riedizione di “Band on the run”.
La collezione nel frattempo è continuata con la dovuta calma – visto che dall’ultima riedizione di un disco di studio, “Ram”, sono passati due anni e mezzo – e con la consueta enfasi che contraddistingue ogni mossa dell’ex-Beatle. La potente macchina del marketing di McCartney fa di ogni uscita appartenente a questa collezione un piccolo evento mediatico, dove entrano in campo a vario titolo multinazionali dei social network , nuovi sistemi di condivisione di musica, testate giornalistiche e radiofoniche. Insomma, un trionfo di promozioni incrociate.
Lo scopo, tra gli altri, è quello di destare nuovo interesse nei confronti di una carriera solista (e con gli Wings) negletta da molti: non ultimo lo stesso Paul, il quale nel suo ormai neverending tour pesca a mani basse dal repertorio Beatles, confinando i successivi decenni a qualche episodio.
L’ultima spiaggia per gli irriducibili fans degli Wings che non si sono ancora arresi all’evidenza – a McCartney interessa esclusivamente l’eredità dei Beatles e il legame indissolubile tra il suo nome e quello del quartetto, la cui storia Paul sta in qualche modo manipolando a proprio piacimento – rimangono i solchi dei dischi.
E questa allora è una puntata importante per l’archivio di McCartney. Una doppia uscita propone ora la riedizione di “Venus and Mars” (1975) e “Wings at the speed of sound” (1976), due album di grande successo (appena rientrati nelle charts statunitensi, rispettivamente al n. 31 e al n. 45) che fecero da sfondo al tour mondiale che a metà degli anni Settanta girò tre continenti offrendosi a due milioni di spettatori. Entrambi i dischi sono presentati anche nell’ormai consueto formato Deluxe, un box che contiene un libro, un doppio cd (uno con lati b e rarità varie), un dvd e varie riproduzioni di orpelli d’epoca quali biglietti di concerti, locandine e manoscritti delle canzoni ad opera dello stesso McCartney.
In pratica, l’uscita gemella è l’occasione per fare una cronistoria degli anni tra il 1974 e il 1976, in cui Paul toccò l’apice della sua carriera post-beatlesiana, capace di produrre in un biennio quattro singoli nei top three americani e due album al n.1.
La riedizione di “Venus and Mars” ripercorre la storia delle incisioni di McCartney effettuate tra le due culle della musica americana, quella country di Nashville e quella blues di New Orleans.
A parte qualche brano, inciso nel novembre 1974 ad Abbey Road, “Venus and Mars” fu infatti registrato a New Orleans, negli studi personali di Allen Toussaint, pianista tra i più importanti della scena musicale della città della Louisiana. Attraverso le memorie di diversi protagonisti presenti in studio all’epoca, veniamo introdotti nel contesto in cui l’album è nato ed è stato inciso. Molte le foto, bellissime, spesso a cura di Linda Eastman, le quali avrebbero meritato ben altro supporto che una stampa su carta di scarsa qualità di provenienza cinese (può darsi che stia qui la ragione di un grosso ritardo nella pubblicazione di questi box, prima annunciati per settembre e poi rimandati in extremis per non meglio specificati “problemi di produzione”). Evidentemente la multinazionale McCartney è attenta alle evoluzioni economiche più di quanto si pensi: un punto debole inaspettato del formato Deluxe di queste reissues, che ha provocato qualche perplessità.
Molti contributi rimangono sul vago (e non potrebbe essere altrimenti, visto il tempo trascorso), ma per fortuna la documentazione d’archivio è abbondante e “Venus and Mars”, grazie alla memoria e alla lungimiranza del fonico Alan O’Duffy, è il primo disco della “Paul McCartney Archive Collection” a presentare i credits puntuali – strumento per strumento – dei musicisti in ogni brano.
O meglio, quasi puntuali. Copiati infatti direttamente dai track sheet di studio, i crediti rivelano qualche pecca: ad esempio, Allen Toussaint è accreditato alla chitarra elettrica (qualcuno ancora non sa che il “Fender Rhodes” è un piano elettrico?) o un “clavinet” (altra tastiera funky in voga negli anni settanta) convertito in “clarinet”.
Possono sembrare minuzie, ma diventano errori macroscopici se inseriti in una ristampa rivolta per lo più ad un pubblico di hard-core fans. Manca quel salto di qualità che potrebbe avvenire solo affidandosi a specialisti della materia.
Il primo cd presenta l’intero album “Venus and Mars”, certo il lavoro più ricco di suggestioni, colori e personaggi dell’intera discografia di McCartney. Intendiamoci, tutto è sacrificato sull’altare del pop e dell’orecchiabilità, quindi le canzoni contengono accenni più che sviluppare sino in fondo influenze e sonorità, ma nel complesso il disco risulta piacevolmente superficiale, per riprendere il celebre giudizio d’epoca di Robert Christgau. E’ un disco che lo stesso McCartney aveva definito all’epoca – nel suo tipico impeto promozionale – “migliore di ‘Band on the Run’”.
A vario titolo, McCartney fa coesistere le sue fascinazioni per lo spazio (“Venus and Mars”, la title track incisa in due versioni, con tanto di effetti da film di fantascienza nella seconda e più suggestiva reprise), per l’Oriente (“Spirits of ancient Egypt” e “Love in song” hanno entrambe un leggero tocco esotico) e per i salotti d’epoca vittoriana (“You gave me the answer”, una delle tipiche canzoni in stile retrò che piacciono tanto a Paul e che facevano venire l’orticaria a Lennon).
Il sound di New Orleans rimane sullo sfondo, negli arrangiamenti per fiati di “Letting go” (un blues vestito da heavy-rock), “Call me back again” (scritta l’anno precedente a Los Angeles nei giorni a cavallo dell’incontro con Lennon) e “Listen to what the man said”, con il cameo di Tom Scott al sax. Il piano di Toussaint fa capolino in “Rock Show”, un contenitore di riferimenti a mode, costumi e personaggi anni Settanta ormai quasi incomprensibili.
Altri estremi convivono: alla leggerezza di “Magneto and Titanium Man”, canzone fumetto ispirata ai disegni dei due geni della Marvel, Jack Kirby e Stan Lee, fa da contraltare la dimessa “Treat her gently/Lonely old people”, ballata consolatoria nella tradizione di “Eleanor Rigby”, che salda i temi della solitudine e della vecchiaia. Per finire, nel tipico humor britannico, ecco la versione Wings del tema di “Crossroads”, mitica soap-opera inglese sugli schermi per un quarto di secolo.
Il restauro sonoro è degno di merito, anche se l’album non ha mai goduto di grande fama per il suo sound, compresso oltre ogni limite, tanto da ridurre le parti corali e di batteria a presenze impercettibili e confuse. Tali limitazioni rimangono, sebbene attenuate dal lavoro di rimasterizzazione, che si fa prendere un po’ la mano sul secondo cd, dove il volume del mastering è stato alzato ben oltre il buon gusto.
Il cd bonus offre quattordici brani (e se volete qualcosa in più, il sito ufficiale di McCartney sta proponendo alcuni download gratuiti di tracce non incluse nel box), che comprendono alcuni pezzi registrati a Nashville: i due singoli “Junior’s farm/Sally G” e “Walking in the park with Eloise/Bridge Over the river Suite” più una versione country di “Hey diddle” completa di violini e pedal steel guitar.
Troviamo poi la versione 45 giri di “Letting go” (con alcune parti strumentali differenti rispetto alla traccia dell’album), una “early take” di “Rock Show” (ancora in divenire, ma molto più potente rispetto alla versione sinora nota), lo strumentale “Lunch box/Odd sox” (la prima incisione effettuata a New Orleans, pubblicata nel 1980 sul lato b del singolo “Coming up”), la jam “My carnival” (ispirata appunto al noto carnevale di New Orleans), presentata anche in una “early take” dal titolo “Going to New Orleans”. Due i brani provenienti dal film-documentario “One hand clapping” (1974): una cover di “Baby Face”, celebre brano jazz anni Venti di Al Jolson, e “Soily”, un pastiche hard-rock che verrà scelto per la chiusura dei concerti del “Wings Over the World Tour” 1975-76. I demo di “4th of July” e “Let’s love” propongono le versioni di McCartney di due brani pubblicati da altri, entrambi nel 1974. Il primo (voce e chitarra acustica dodici corde) è di provenienza non dichiarata ma potrebbe risalire al 1970: la canzone fu incisa su 45 giri da un certo John Christie. Il secondo (voce e piano, inciso ad Abbey Road) è la bozza del pezzo regalato da Paul a Peggy Lee, vecchia conoscenza dei Beatles.
Il dvd, breve ma piacevole, è diviso in quattro parti. “Recording My Carnival”, la registrazione filmata della session con i cameo di Leo Nocentelli e George Porter Jr. della band dei Meters, “Bon Voyageur” (che documenta la festa celebrativa sul Mississippi a conclusione del lavoro sull’album a bordo dell’imbarcazione “Voyageur”), “Venus and Mars TV ad” – un breve spot pubblicitario per la tv ideato all’epoca per la promozione del disco, in versione restaurata – e “Wings at Elstree”, la testimonianza delle prove londinesi di McCartney e soci in vista del tour che sarebbe partito nel settembre 1975. Di ben altra pasta, perlomeno dal punto di vista del sound, è la ristampa di “Wings at the speed of sound”, che rende onore agli studi di Abbey Road nei quali l’album fu inciso, tra l’ottobre del 1975 e il febbraio del 1976.
Anche in questo caso il formato è quello del doppio cd con dvd accluso. Ripubblicare “Wings at the speed of sound” – l’unico disco che contiene brani cantati da tutti i membri degli Wings, con ben cinque tracce senza la voce solista di McCartney – significa dover spiegare il perché di quella scelta insolitamente democratica. Abilmente McCartney, nell’intervista con Barry Miles nella quale parla dei singoli brani, rimane sul vago.
Nel mondo di McCartney, musica e marketing sono sempre andati a braccetto: e la proposta di un disco con una immagine coesa degli Wings aveva perfettamente senso alla vigilia della seconda parte di un tour mondiale di cui la tappa americana avrebbe rappresentato il culmine. Una mossa studiata a tavolino, e preparata assieme agli esperti del lancio di prodotti discografici. Nulla più, visto che dal punto di vista creativo tutto era rimasto nelle mani di McCartney, con la firma di nove brani su undici.
La ristampa è l’occasione per riscoprire il disco che “Rolling Stone” definì come “un’opera sulla difensiva, da parte di un grande produttore pop che una volta era un grande autore pop.”
L’album produsse due mega-hit, “Silly love songs” e “Let ‘em in”, canzoni-simbolo di McCartney nei suoi due lati pubblico e privato. Nella prima Paul si faceva beffe della critica che gli imputava una certa leggerezza nei testi, nella seconda chiamava a raccolta una serie di affetti (ebbene sì, “Brother John” è “anche” John Lennon), cui apriva la porta di casa per un party spensierato.
Il sound è caldo e aiuta a cogliere le sfumature raffinate degli arrangiamenti, all’interno di un album prevalentemente melodico: spiccano le tre ballate “Warm and beautiful” (romantico quadretto per piano, voce e quartetto d’archi), “San Ferry Anne” (una ballata popolare acustica arrangiata in chiave jazz) e “The note you never wrote”, canzone venata di tristezza e ben interpretata dalla malinconica voce di Denny Laine.
Dopo la saltellante “She’s my baby”, l’unica zampata rock è “Beware my love”, veloce ed esplosiva. C’è modo ovviamente per apprezzare il basso di McCartney, semplice e ricco di inventiva, specie in “Silly love songs”, dove Paul dà lezione di armonia e contrappunto. La parte meno convincente del disco sta proprio nei contributi compositivi di Laine (“Time to hide” è una sfacciata riscrittura di “You keep me hangin’ on” dei Vanilla Fudge) e Jimmy McCulloch (la sua “Wino Junko”, scritta con Colin Allen, spreca presto il promettente inizio).
Un sorriso affettuoso va alla memoria di Linda, qui impegnata in “Cook of the house”, un’ode alle sue virtù culinarie e interpretata con autentico spirito rockabilly. “Must do something about it” saggiamente affidata da McCartney a Joe English, è uno dei pezzi migliori: un brano crepuscolare, dove il batterista degli Wings sfoggia la sua vocalità blues. Sul secondo cd c’è spazio per diversi demo casalinghi di McCartney (“Silly love songs”, “Let ’em in”, “Warm and beautiful” e “She’s my baby”). Nonostante la qualità sonora lo-fi, il valore storico di queste registrazioni è indubbio e dà la possibilità di seguire da vicino la tecnica compositiva di McCartney, che ha nella scrittura primitiva (una tecnica basica che insiste sugli accordi fondamentali) il suo punto focale: il resto lo fa la sua capacità di pensare melodie irresistibili. Tra la stesura iniziale e l’incisione finale c’è tutto il talento di Paul in studio di registrazione, il suo ambito prediletto.
La proposta più interessante di questo cd è però una “alternate take” di “Beware my love” incisa con John Bonham alla batteria, in una delle sue frequenti collaborazioni in studio con McCartney (il batterista dei Led Zeppelin comparirà anche nei due pezzi della Rockestra inclusi nel 1979 su “Back to the egg”, e già nel 1972 aveva preso parte ad una incisione di “C Moon”, una jam ancora inedita che forse verrà buona per la ristampa di “Red Rose Speedway”). C’è spazio anche per “Message to Joe” (trenta secondi di vocoder dedicati al batterista degli Wings tornato in America per stare accanto alla famiglia) e per la versione originale di “Must do something about it”, cantata da McCartney quasi controvoglia.
I contenuti del dvd sono piuttosto parsimoniosi (circa 30 minuti) e lasciano intendere che potrebbe esserci spazio per ulteriori pubblicazioni. Oltre al videoclip ufficiale di “Silly love songs” (già incluso nel 2007 nel triplo dvd “The McCartney years”), le immagini d’archivio propongono gli Wings durante i tre concerti londinesi di Wembley che chiusero il tour mondiale 1975-76 e durante la celebre tappa di Venezia del 25 settembre 1976, organizzata dall’UNESCO. E’ curioso vedere McCartney in versione baffuta un decennio dopo “Sgt. Pepper’s”: peccato che i filmati non siano accompagnati da un solo secondo di audio originale dei concerti dell’epoca.
Insomma, si tratta di Deluxe Edition notevoli, dove però il contenuto degli archivi risulta un po’ sacrificato alla logica del marketing, al contenimento dei costi (!) e soprattutto, alla perpetrazione del “mito McCartney”. Un’autocelebrazione della quale, onestamente, non c’è bisogno. Il posto di Paul nella storia della musica è assicurato da tempo.

Luca Perasi (Milano, 1969), è autore di "Paul McCartney: Recording Sessions (1969-2013)" , il primo "reference book" in lingua inglese dedicato alla produzione solista di Paul McCartney. Pubblicato nel 2013 da L.I.L.Y. Publishing, è stato ristampato nel settembre 2014 con ulteriori aggiornamenti.








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