«EVERYTHING WILL BE ALRIGHT IN THE END - Weezer» la recensione di Rockol

Weezer - EVERYTHING WILL BE ALRIGHT IN THE END - la recensione

Recensione del 06 ott 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

I Weezer di Rivers Cuomo sono in giro da oltre 20 anni. E infatti sono giunti al ragguardevole numero nove, nella sequenza dei loro lavori in studio. Certo, i due album precedenti a questo non facevano per nulla ben sperare (non è un mistero che “Ratitude” e “Hurley” non hanno riscosso questo gran consenso fra i fan di vecchia data), eppure il mestiere – e una rinnovata vena creativa – hanno salvato alla grande la band... che sforna un disco all’altezza dei migliori episodi della propria carriera: il debutto omonimo (alias “Blue album”) e “Pinkerton”, rispettivamente del 1994 e 1996.
Non è un caso che il singolo principale di “Everything will be alright in the end” abbia un testo che è tutto un programma ed è, sostanzialmente, un accorato atto di pentimento in cui Cuomo chiede scusa ai suoi fan – molto probabilmente per gli esperimenti poco focalizzati che hanno portato a “Ratitude”, disco in cui i Weezer si sono fatti sedurre un po’ troppo dalla febbre delle classifiche e dalla voglia di far festa, finendo per collaborare con professionisti competenti (Jermaine Dupri, Lil Wayne, Dr. Luke) ma totalmente inadatti a valorizzare il gruppo. Per non parlare del cambiamento di formazione, durante il tour del disco, con il batterista Patrick Wilson che improvvisamente diventò chitarrista, per lasciare a Cuomo la facoltà di folleggiare sul palco senza l’ingombro di una chitarra al collo.
E poi ci fu “Hurley”, più centrato, ma ancora con quei nomi scentrati nei credits (Linda Perry? Desmond Child? Ooook...) e quell’aria da “voglio ma non riesco”
Quindi in apertura di “Back to the shack” il testo fa così: “Sorry guys, I didn’t realize that I needed you so much / I thought I’d get a new audience, I forgot that disco sucks / I ended up with nobody and I started feeling dumb / Maybe I should play the lead guitar and Pat should play the drums”... va bene Rivers, scuse accettate. Anche e soprattutto perché il disco è convincente e ha un mood stuzzicante/nostalgico in puro stile “Benvenuti nel 1994”.



Tornano il brio contagioso e la melodia che rischia di inchiodatisi nel cranio – ovvero le qualità che fecero dei Weezer di metà anni Novanta un fenomeno travolgente del post grunge. E non state a sentire chi dirà che Cuomo ha provato a rifare il verso a se stesso per risollevare le sorti della sua band: primo perché i migliori Weezer sono (almeno nell’immaginario tipico che li identifica) molto vicini a quello che ascoltiamo in “Everything will be alright in the end”; e secondo perché, anche se così fosse, Cuomo lo ha fatto con un abbandono e un’ispirazione non comuni, che fanno solo pensare: bentornato Rivers, ti aspettavamo da una decina d’anni.
A corollario di tutto questo, poi, c’è la consapevolezza di Cuomo – che troviamo nelle parole di “Eulogy for a rock band” – del fatto che il tempo è volato e i Weezer ora sono una band attempata, come quelle che loro un po’ sbeffeggiavano agli esordi... quindi non sembra esserci nessuna pretesa di portare indietro le lancette dell’orologio. Solo la volontà di sfornare un buon album, a dispetto del fatto che l’età dell’oro è indiscutibilmente acqua passata.
Fra i brani migliori, oltre ai già citati “Back to the shack” ed “Eulogy for a rock band”, ci sono “Cleopatra”, la profonda “Foolish Father” e la mini-suite di chiusura (il trittico “The wasteland”, “Anonymous” e “Return to Ithaka”).
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