«YELLOW SUBMARINE SONGTRACK - Beatles» la recensione di Rockol

Beatles - YELLOW SUBMARINE SONGTRACK - la recensione

Recensione del 15 set 1999

La recensione

Un “nuovo” disco dei Beatles, ma senza nemmeno una canzone inedita. O, se volete, con tutte canzoni inedite: almeno in questa veste acustica. E’, infatti, la prima volta che canzoni del repertorio “ufficiale” dei Beatles vengono ripubblicate in versione rimixata, e non semplicemente rimasterizzata in digitale. Ed è questo, in fondo, il tema da affrontare nella recensione di un album per molti versi incongruente e discontinuo.
Ma diciamo prima della scaletta del disco: che è costituita da tutte le canzoni incluse - interamente o parzialmente - nella colonna sonora originaria del film a cartoni animati “Yellow Submarine”. Rispetto al disco con lo stesso titolo del film, pubblicato nel 1969, mancano i brani strumentali scritti e diretti da George Martin (“Pepperland”, “Sea of time”, “Sea of holes”, “Sea of monsters”, “March of the meanies”, “Pepperland laid waste”, “Yellow Submarine in Pepperland”) e ci sono nove canzoni in più: quell’album, infatti, comprendeva soltanto “Yellow Submarine”, “Only a northern song”, “All together now”, “Hey Bulldog”, “It's all too much” e “All you need is love”. Questo “nuovo” disco consta invece di 15 canzoni, come da tracklist qui di seguito:
“Yellow Submarine” (“Revolver”, 1966)
“Nowhere man” (“Rubber Soul”, 1965)
“Eleanor Rigby” (“Revolver”, 1966)
“Love you to” (“Revolver”, 1966)
“All together now” (“Yellow Submarine”, 1969)
“Lucy in the sky with diamonds” (“Sgt. Pepper’s…”, 1967)
“Think for yourself” (“Rubber Soul”, 1965)
“Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (“Sgt. Pepper’s…”, 1967)
“With a little help from my friends” (“Sgt. Pepper’s…”, 1967)
“Baby, you’re a rich man” (singolo, 1967)
“Only a northern song” (“Yellow Submarine”, 1969)
“All you need is love” (singolo, 1967)
“When I’m sixty-four” (“Sgt. Pepper’s…”, 1967)
“Hey bulldog” (“Yellow Submarine”, 1969)
“It’s all too much” (“Yellow Submarine”, 1969).
Tra parentesi, dopo ogni titolo, è indicata la fonte di prima edizione di ogni canzone. Un’informazione che giustifica la prima, sostanziale riserva che avanziamo nei confronti dell’operazione: a nostro avviso, “Yellow Submarine”, in questa edizione 1999, non è altro che una compilation disorganica di brani di epoche diverse - si va dal 1965 di “Nowhere man” e “Think for yourself” al 1969 delle canzoni scritte appositamente per il film e dei due brani del singolo “All you need is love” / “Baby you’re a rich man” - che hanno come unico denominatore comune quello di essere state scelte per il film di Dunning. Non è, lo ammettiamo, un tema unificante del tutto trascurabile, soprattutto in considerazione del fatto che il disco del quale stiamo parlando è una “songtrack”, come ha detto George Harrison. Ma, allora, qual è il criterio secondo il quale è stata preparato il sequencing della tracklist? Ragionevolmente, sarebbe dovuto essere uno solo: quello di rispettare lo stesso ordine nel quale le canzoni vengono proposte nello sviluppo della trama del film, per rispecchiare dal lato auditivo la sequenza visuale. Invece non è così. Né se ne intravede un altro qualsiasi, di criterio logico. Sicché, l’esperienza d’ascolto del Cd è quella di una disordinata successione di canzoni differenti per spirito, atmosfera, sonorità.
E poi, chi ama i Beatles e ne ha ascoltato innumerevoli volte gli album «sa» che dopo “Eleanor Rigby” «deve» arrivare “I’m only sleeping” e non “Love you to”; che dopo “Think for yourself” «deve» arrivare “The word” e non “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”; che dopo “With a little help from my friends” «deve» esserci “Lucy in the sky with diamonds” e non “Baby you’re a rich man”; che a “When I’m sixty-four” «deve» seguire “Lovely Rita” e non “Nowhere man”; che “Nowhere man” «deve» essere seguita da “Think for yourself” e non da “It’s all too much”. Questa è la sequenza che abbiamo nella mente, nelle orecchie e nel cuore, e non quella proposta da questo album; che, ad ogni cambio di traccia, ci infligge un piccolo, sgradevole shock.
E che è, comunque, un album di (quasi tutte) belle canzoni. Su questo non è lecito dubitare. Ma - e qui arriviamo al nocciolo - di canzoni “diverse” da come tutti le ricordiamo per averle ascoltate decine o centinaia di volte. Non stiamo qui nemmeno a discutere se siano “migliori” o “peggiori” le versioni originarie o quelle rimixate. E cerchiamo di non farci velare il giudizio dalla nostalgia per il passato, dall’irragionevole (ma comprensibile) rimpianto passatista per il suono del vinile, della puntina, della fonovaligia stereo degli anni Sessanta. Queste versioni sono “diverse”: più pulite, più nitide, più dettagliate, più leggibili (persino i testi risultano più facili da capire anche per chi non sa benissimo l’inglese). Ma non sono le stesse canzoni. Certi effetti, certi suoni, certi particolari che adesso spiccano come in rilievo, nelle versioni originarie non c’erano. O meglio, c’erano ma non si sentivano così tanto.
E allora, qui si apre una grande questione filologica, che è - scusate l’ardire - né più né meno quella della quale si è tanto discusso a proposito di certi restauri di opere d’arte. “Il Giudizio Universale” di Michelangelo, “L’ultima cena” di Leonardo, ripuliti e smacchiati e ripristinati, sono diversi da come li avevamo conosciuti. Diversi, perché la patina del tempo è stata eliminata; diversi, perché sono stati riportati - per quanto si è potuto - a com’erano quando sono stati creati. E qui le scuole di pensiero possono scontrarsi a piacimento. Ma queste canzoni dei Beatles - che siano arte o anche semplice artigianato, che siano già antiquariato o semplicemente modernariato - così come sono riportate su questo nuovo disco non sono “come erano”: sono come non sono mai state. Quando i Beatles e George Martin le suonarono e le registrarono, e poi le mixarono e ne realizzarono il transfer per poterne ricavare i dischi in vinile, lo fecero utilizzando al meglio gli strumenti tecnologici dei quali potevano disporre all’epoca, e tenendo presente il decadimento della qualità sonora che sarebbe stato causato dai “rimbalzi” di quattro piste su una pista, dalle sovraincisioni successive, dal transfer del nastro magnetico sul master. Lo fecero tenendo presente che il disco in vinile sarebbe stato ascoltato su giradischi con la puntina di diamante, sarebbe stato trasmesso da emittenti radiofoniche monoaurali e non stereofoniche, che sarebbe stato ascoltato attraverso apparecchi radioriceventi capaci di restituire solo una parte dello spettro sonoro totale. E per bilanciare questi fattori comprimevano i bassi, limitavano i picchi, consideravano più l’effetto sonoro complessivo che i singoli particolari della registrazione.
Il risultato era, per dirla con una parola d’effetto, un’atmosfera sonora: un’atmosfera suggestiva, magari un po’ confusa nei particolari, magari poco “pulita”, ma inconfondibile, emozionante, magica. Ecco, forse qui parla più il fan che il musicologo: ma dalle canzoni di «questo» “Yellow Submarine” ci pare manchi un po’ della magia originaria, un po’ di quella nebbiolina impalpabile e profumata che avvolgeva le versioni originarie di queste canzoni.
Allora, meglio sarebbe stato, se proprio si voleva continuare a tirare le tasche dei collezionisti - ché questo, alla fine, è l’intento vero dell’operazione discografica - ripubblicare l’album del soundtrack di “Yellow Submarine” così com’era, giusto per sottolineare la riedizione in versione restaurata del film, eventualmente arricchendolo di un booklet con informazioni, fotografie, immagini inedite. E, se proprio il nostro destino dev’essere quello di ricomperare per l’ennesima volta ogni singolo album della discografia dei Beatles, meglio sarebbe stato avviare l’operazione di rimixaggio “profondo” partendo dall’inizio, o dalla fine, o dal mezzo della discografia beatlesiana, ma rispettando l’integrità di ogni singolo disco. Così che ognuno potesse, volendo, ascoltare entrambe le edizioni, confrontarle, valutarle, scegliere la preferita. Filologicamente: forse anche un po’ maniacalmente, ma almeno nel rispetto della Storia (e qui la lettera maiuscola ci vuole proprio).
Ci permettiamo di credere che almeno una persona sia d’accordo con noi. E non ci stupiamo più di tanto del fatto che quella persona - George Martin, mica uno qualsiasi - non abbia preso parte all’operazione. Sarà che uno come lui, che in sala d’incisione operava da straordinario artigiano del suono, forse non ha dimestichezza con «l’avveniristico sistema denominato “5.1 surround sound”»?. O sarà invece, più semplicemente, che preferisce - come noi - riascoltarsi il caro buon vecchio disco di vinile?
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