«JOE PATTI'S EXPERIMENTAL GROUP - Franco Battiato» la recensione di Rockol

Franco Battiato - JOE PATTI'S EXPERIMENTAL GROUP - la recensione

Recensione del 18 set 2014 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Milano, inizio di autunno del 1979. Uffici della EMI Italiana in Galleria del Corso. Suona il telefono, e il mio capo da Roma strilla (traduzione simultanea dal romanesco all’italiano): “Zanetti, guarda che domani ti mando un artista nuovo, un cantautore, gli devi parlare per scrivere la biografia e la presentazione del disco”. “Bene. Come si chiama?”. “Si chiama Battiato, Franco Battiato”. “Franco Battiato?!? ‘Quel’ Franco Battiato?” “E che, già lo conosci? Meglio, così fai prima”. Clic.
Sì che già lo conoscevo: certo, e come no? E infatti il giorno dopo, quando l’ “artista nuovo” arrivò in ufficio, gli feci trovare sulla mia scrivania tutta la sua discografia fino a quel giorno: in album, cioè in vinile (per forza, il CD non era ancora stato inventato).
“Fetus”, “Pollution”, “Clic” “Sulle corde di Aries”, “Mademoiselle le ‘Gladiator’”, “Battiato”, “Juke-box”, “L’Egitto prima delle sabbie”. Li avevo tutti. Mi sarebbero serviti a poco, per il mio lavoro per/con Battiato, che al primo disco EMI aveva intrapreso, con “L’era del cinghiale bianco”, la via della canzone intelligente che lo porterà in soli due anni al trionfo di vendite di “La voce del padrone”.
Intendiamoci: quei dischi li avevo acquistati, ascoltati e più volte trasmessi per radio (oddio, non tutti: “Battiato” – noto come “Zâ” – per radio proprio era impossibile da passare, e anche la colonna sonora ‘mancata’ del “Brunelleschi” televisivo, cioè “Juke-Box”, era difficile da infilare in una scaletta radiofonica, per quanto bizzarra e obliqua com’erano le mie). E quel Battiato mi piaceva davvero, non è che lo stimassi molto e basta, come la signora Pina con Ugo Fantozzi.
Vabbé, le mie avventure da ufficio stampa di Battiato (& Giusto Pio, ché allora i due erano una coppia inscindibile) ve le racconterò un’altra volta, se capiterà.
Ma tutto questo preambolo è lì per dire che, quando ho saputo che Battiato aveva deciso di pubblicare un disco “sperimentale”, mi sono sentito come se mi avessero invitato a cena con un vecchio compagno di scuola del liceo che non vedevo da tanto tempo: “a sort of homecoming”, in un certo senso.
Perché era un po’ che l’aspettavo lì, il mio ex assistito Battiato. E me lo auguravo, che tornasse sul luogo del delitto.
La pistola fumante è fra le mie mani: il CD accreditato al Joe Patti’s Experimental Group, vale a dire Battiato e il suo complice Pino “Pinaxa” Pischetola (uno che in gioventù ha firmato un remix di “Faccia da pirla” di Charlie, ma poi si è redento e ha lavorato come fonico per gente di nome, come appunto Battiato, Jovanotti, Adriano Celentano, Claudio Baglioni, Carmen Consoli e via elencando).
Ho cominciato ad ascoltarlo dal fondo: ero curioso di verificare cosa fosse diventata, quarant’anni dopo, “Propiedad prohibida”, una delle tracce di “Clic” che qui viene ripresa con il titolo in italiano “Proprietà proibita” (è anche il primo “singolo”, ammesso che da questo album si possano ricavare dei singoli radiofonici – quella di “Proprietà proibita” è una scelta quasi ovvia, dato che all’epoca il brano era stato sigla televisiva di “TG2 Dossier”).



Sono contento di potervi dire che non è cambiata di molto: il che mi ha confortato, perché voleva dire, secondo me, che alla fine in “Joe Patti’s Experimental Group” avrei ritrovato il Battiato d’antan.
Che infatti c’è, e per fortuna. Dietro titoli suggestivi si risentono – più pulite, più nitide, ma ugualmente emozionanti – le escursioni soniche dei primi quattro album di Franco Battiato: che qui suona pianoforte, tastiere e sintetizzatori – oltre a intervenire vocalmente in alcuni brani, a volte cantando, a volte vocalizzando, a volte declamando, a volte a ritroso – mentre a Pinaxa sono affidate la programmazione e le ritmiche computerizzate.
Non è dato sapere, finché non potremo chiederglielo, se per registrare sia stato utilizzato il vecchio glorioso VCS3 di “Fetus” o se gli strumenti impiegati siano invece ultramoderni; ma importa poco, perché l’atmosfera, l’ambiente, vorrei quasi dire l’attitudine sono gli stessi. Riverberi, echi, galoppate ritmiche, improvvise aperture e improvvisi silenzi, pianoforte rarefatto e percussioni violente, squarci orchestrali e lontane voci liriche: non è roba per palati radiofonici, sia chiaro, ma chi ha amato il Battiato di allora ci si ritroverà comodo, in questo “Joe Patti’s Experimental Group”. E chi l’ha continuato a seguire negli anni successivi, e l’ha seguito con attenzione, ritroverà nel disco qualche indizio quasi nascosto, o dichiarato ma non evidente, nelle citazioni da testi già utilizzati in passato: da quello di “New frontiers” (“L’arca di Noè”, 1982) in “Leoncavallo”; da quello di “Ghost track” (il titolo è proprio questo), cioè la traccia fantasma di “Fleur(s)”, 1999, in “Le voci si faranno presenze”; da quello di “Inneres auge” (title track dell’omonimo album del 2009), che a sua volta proveniva da “L’ignoto” di “Campi magnetici” (2000), in “Come un branco di lupi”; da quello di “Shackleton” (da “Gommalacca”, 1998) in “L’isola elefante”.
Come dire (se posso azzardare un’interpretazione ad minchiam): sono ancora quello che ero, ma nel frattempo ho fatto altre cose che non rinnego, anzi.
Personalmente, d’ora in avanti aspetterò con più curiosità il “prossimo disco” di Battiato: augurandomi che questo “Joe Patti’s Experimental Group” non sia un episodio sporadico, ma l’inizio di una nuova fase del suo viaggio nei suoni.
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