«HYPNOTIC EYE - Tom Petty» la recensione di Rockol

Tom Petty - HYPNOTIC EYE - la recensione

Recensione del 24 lug 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Il "ritorno" è una delle storie più usate nel rock. Allontanarsi e ritornare alle propri origini: quante volte lo abbiamo sentito raccontare, in presentazioni, interviste, recensioni? La narrazione del ritorno è la base anche di “Hypnotic eye”, primo disco di Tom Petty in 4 anni, da “Mojo”: un artista che torna al suo sound rock degli anni ’70. “Mojo” era sostanzialmente un disco dedicato alla grande passione di Petty, il blues; ma Petty non si era mai allontanato del tutto dal rock: chi lo ha visto due anni fa a Lucca lo sa bene (un festival delle chitarre, lo definimmo al tempo), o chi ha comprato lo stupendo box “Live anthology” di 5 anni fa. Certo, non fa un disco rock dal 2002, “The last DJ”, in mezzo solo il più minimale “Highway companion”, senza gli Heartbreakers.
La copertina, il titolo, le prime note - un riff potente di chitarra distorta su cui poi entra la band: tutto sempre per puntare a questo racconto del ritorno. Già, gli Heartbreakers: Tom Petty è un pari grado di Springsteen, Neil Young e compagnia - pure se da noi è un po’ meno noto. Ma gli Heartbreakers sono pari alla E Street Band o ai Crazy Horse, forse per certi versi anche superiori: perché in studio rendono quanto dal vivo. Una delle loro caratteristiche è la capacità di variare i suoni, di differenziare pur rimanendo fedeli a se stessi: basta sentire già la seconda canzone, "Fault lines", che prosegue sullo stile garage rock anni ’60, con una bella chitarra distorta dal fuzz, per poi aprirsi in una melodia e con pennate di chitarra in sottofondo che ricordano un po’ “American girl”
Gli Heartbreakers, dicevamo. E poi dentro agli Heartbreakers c’è Mike Campbell, che è uno dei migliori chitarristi rock in circolazione. Nel disco si sente poco il suono power-pop e folk-rock con cui Petty e Cambpell si sono fatti conoscere (il "jingle-jangle" delle Rickenbacker alla Byrds, per intenderci). Ma si sente un campionario enorme di suoni di elettrica ed acustica. Un clinic di chitarra rock, in studio: basta sentire "Forgotten man", "All you can carry" e “Power drunk”, con il suo incedere lento e scuro, i suoi assoli, sembra uscire dai dischi degli anni ‘90.
Poi, come in tutti i dischi rock, ci sono momenti diversi - la ballata quasi jazzata “Full grown boy”; “Burnt out of town” è un bluesaccio vecchio stile. “Shadow people” è una lungo epilogo in cui in certi momenti quasi ti aspetti che salti fuori la voce di Stevie Nicks a rinforzare il ritornello.
Tom Petty è in quella fase della carriera in cui, spesso, si finisce per guardare più indietro che avanti: “Hypnotic eye” suona come un disco prodotto alla fine degli anni ’60 o dei primi ’70, ma con l’esperienza di chi ha più di 30 anni di carriera alle spalle e sa come giocare con la musica, con i suoni e quindi con le orecchie dell’ascoltatore. Per qualcuno Tom Petty sarà solo un vecchio rocker retromaniaco, gli Heartbreakers l’ennesima band fuori moda. Per tutti gli altri, questo album è un piacere. “Non si può giocare con il cuore della gente se non sei un professionista”, diceva una delle più belle canzoni rock italiane. Ecco Tom Petty e i suoi sono degli spezzacuori di professione, e “Hypnotic eye”, ritorno o meno che sia, è uno di quei dischi che riesce alla perfezione in questo compito.
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