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Recensioni / 21 lug 2014

Manic Street Preachers - FUTUROLOGY - la recensione

Voto Rockol: 2.5/5
Recensione di Valeria Mazzucca
FUTUROLOGY
Columbia (CD)
La futurologia è il tentativo di prevedere il futuro più o meno remoto dell'umanità; si prevedono andamenti e tendenze globali secondo cui gestire il rischio e conoscere potenziali opportunità di mercato.
Detto questo, "Futurology" è anche l'ultimo album dei Manic Street Preachers e, nonostante il titolo, sembra guardare a tutto fuorché all'avvenire. Piuttosto ha un buon occhio sul passato della musica, della band e di una carriera che bussa alla soglia dei trenta.
La title track che apre il disco recita all'incirca così: "Un giorno torneremo ma è come se non ce ne fossimo mai andati". Ed è effettivamente così - contando anche che l'ultimo album non è nemmeno di un anno fa e che i MSP di prove in studio sulle spalle ne hanno dodici - per questo e per molto altro, al primo ascolto il disco non risulta così sorprendente come si potrebbe sperare. E' necessario darci una seconda mano di impregnante per vedere il lavoro lucente e ben riuscito.
"Futurology" infatti è pieno di buoni pezzi, divertenti - ma le liriche impegnate, quelle ci sono sempre - vari, facili da ricordare ma non scontati: per esempio "Walk me to the bridge", "Let's go to war", "The next jet to leave Moscow". E sono solo tre delle carte pescate dal mazzo, ognuno potrebbe scegliere il proprio trittico e applicarvi lo stesso discorso.
Anche quando la canzone si irrigidisce nella teutonica "Europa geht durch mich" con l'attrice Nina Hoss, quando si raddolcisce con arpe, violini e la voce soave di Giorgia Ruth Williams su "Devine youth"; per non parlare della manciata di brani in stile krautrock che fanno incetta di ritmi sintetici ("Sex, power, love and money") dei rumori e cavalcate siderali di "Dreaming a city" e la simplemindesca "Between the clock and the bed" confezionata con Green Gartside degli Scritti Politti.

Brani trascurabili ce ne sono, ovviamente: "Black square", messa lì così in mezzo alla tracklist catalizza facilmente la… disattenzione. E se non fosse così piacevolmente ritmata (e per quei frangenti votati alla chitarra), anche "Misguided missile" seguirebbe la stessa sorte. E "The view from Stow Hill" alza la testa un po' troppo tardi per poter recriminare quel tanto che basterebbe per poter godere di un po' di rilevanza.
Niente paura però, non finisce così: "Mayakovsky" rivoluziona la situazione (e chi se no?). Tre bei minuti strumentali, di virtuosismi ancestrali e terrestri, un otto volante di rock elettronico e siderale che proietta verso l'ultimo grande viaggio. Capolinea: "European skies, european desires… european votes, european hopes…european sad, european love… european dreams, europeans screams". "Futurology" dimostra come, alle volte, il buon nome del rock si riesca a salvare con un po' esperienza … e un po' di quella faccia tosta che permette di definire avanguardista un sapiente uso della citazione. Il risultato è buono, senza dubbio; è anche piacevole e divertente, per carità, ma non straordinario. Nel senso che non esce dall'ordinario. Rimane di poco sotto la linea.
Ma in fondo non è sempre necessario oltrepassarla e forse anche questi ex ragazzi dalla pessima reputazione se ne sono accorti.