«THE HUNTING PARTY - Linkin Park» la recensione di Rockol

Linkin Park - THE HUNTING PARTY - la recensione

Recensione del 17 giu 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

A volte è un bene allontanarsi dalla strada conosciuta. Non perché si giunga a mete fantastiche e inaspettate, ma semplicemente perché si riesce a valutare con più lucidità e consapevolezza la validità del percorso precedente. E magari tornarci.
Ed è esattamente quello che fanno i Linkin Park con “The hunting party”: smaltita la sbronza elettronica del precedente lavoro, tornano a fare quello per cui sono divenuti i Linkin Park. Rock duro – nu metal/groove metal – con influenze hip hop e punk rock. Certo, l’elettronica non è stata dimenticata del tutto, ma è inserita in un contesto più noto, piuttosto che farla da padrona; e poi il quoziente di ferocia si alza parecchio... anzi, probabilmente “The hunting party” è l’album più violento e urticante che i Linkin Park fanno uscire da un bel po’ d’anni a questa parte: in pratica, “benvenuti nel 1999” – nel bene e nel male.

Nel bene perché la deriva radio-friendly delle ultime tre produzioni all’ombra del guru Rick Rubin ha, in qualche maniera, spogliato la band dell’impatto crudo e istintivo legato alle radici nu-metal/rap rock: una maturazione ha aperto nuovi orizzonti di pubblico (a dispetto di un certo deragliamento dei Linkin Park da quello che era il binario della loro identità più verace). Nel male perché, per contro, viene a mancare – per chi è ghiotto di queste cose – un certo studio, la costruzione e, perché no, un filo di spiazzamento per l’ascoltatore.

Ma il disco è bello o brutto? A questo punto è lecito chiederselo. A questa domanda un po’ troppo manichea non è possibile dare una risposta così netta. “The hunting party” è indubbiamente un album con molti pregi, soprattutto se avete amato il gruppo all’epoca dei primi due lavori e se vi piace l’idea di una collezione di brani rap-rock molto punk nel feeling, old school. Al contempo, però, questi pregi si possono trasformare in difetti, visto che le soluzioni utilizzate sono semplici – a volte semplicistiche - e prive di qualsivoglia quoziente di rischio.
Come spesso accade, molto probabilmente la verità sta nel proverbiale mezzo. Anzi, ribaltiamo nuovamente il punto di vista e mettiamoci nei panni dei Linkin Park, per tentare di leggere al meglio i segnali che lancia il loro ultimo lavoro in ordine di tempo... in questo modo diventa piuttosto chiaro che la band ha deciso di operare una manovra che non è proprio una ritirata strategica – loro sono pur sempre artisti che riempiono stadi e arene, non hanno certo bisogno di trucchetti e fughe – ma piuttosto una mossa tattica, un breve arretramento che consente di riprendere il controllo di una situazione che, sebbene in fase di evoluzione, forse era scappata un po’ di mano. E allora benvenuti nel 1999, con un disco-macchina del tempo che riporta i Linkin Park sul sentiero che meglio conoscono e li mostra alle prese con ciò che meglio sanno fare.
Fossimo ancora in quell’anno, “The hunting party” probabilmente diventerebbe un oggetto di culto. Nel 2014 è un buon lavoro, forse un po' nostalgico, che conferma come rabbia e ferocia siano ancora ben presenti nel dna di una band che per qualche anno ha cercato vie espressive un po’ più raffinate.
Come valore aggiunto, segnaliamo la presenza – come ospiti – di Page Hamilton (Helmet), Daron Malakian (System of a Down) e Tom Morello (Rage Against the Machine): e se non è pura nostalgia questa...
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