«ULTRAVIOLENCE - Lana Del Rey» la recensione di Rockol

Lana Del Rey - ULTRAVIOLENCE - la recensione

Recensione del 16 giu 2014 a cura di Pop Topoi

La recensione

Poteva restare una meteora della blogosfera indie, poteva restare la one-hit wonder di "Video games", e invece è diventata una popstar.Lana Del Rey non è più il fenomeno che tanti credevano passeggero: lo dimostrano i tour, i contratti pubblicitari, i premi e soprattutto le copie vendute di "Born to die" (7 milioni in tutto il mondo; 123 settimane di permanenza nella top 100 italiana, l'album più longevo da molti mesi a questa parte).

Escludendo qualche colonna sonora e un cortometraggio dimenticabile ("Tropico"), l'avevamo lasciata con "Paradise", l'EP che arricchiva la ristampa del suo debutto e che, con un paio di tracce in più, sarebbe potuto essere tranquillamente un album vero e proprio. Ma ascoltando "Ultraviolence" si capisce la scelta di unire "Paradise" a "Born to die": il nuovo lavoro segna una separazione netta dai capitoli precedenti. Alcuni dei suoi tratti più distintivi sono ora scomparsi: le influenze hip hop, i sontuosi arrangiamenti orchestrali, i campionamenti vocali. Erano caratteristiche che davano ai prodotti di Lana Del Rey un sapore unico benché derivativo, ma che soprattutto li rendevano commercialmente appetibili. Dopo essere stata tanto criticata per la sua presunta mancanza di autenticità, con "Ultraviolence" l'artista continua a non adeguarsi al pop contemporaneo, ma porta avanti con ancor maggiore ostinazione la sua missione nostalgica.
Se i beats di "Born to die" e "Paradise" spesso tradivano le aspirazioni vintage, qui non c'è nulla a suggerirci che stiamo ascoltando un album del 2014 – perfino la parola "videogames", in questo contesto, sembrerebbe troppo moderna. Ci sono ancora tracce incentrate sugli archi che ricordano il pop barocco dei primi successi (l'esempio più eccellente è "Old money", che ricalca una melodia di Nino Rota dal Romeo e Giulietta di Zeffirelli), ma nel complesso è un disco più sobrio e, fingendo che l'aggettivo abbia ancora un significato, "alternative". La voce annega in riverberi infiniti che la rendono ancora più distante, le percussioni sono rallentate e funeree, gli assoli di chitarra psichedelici sostituiscono i violini creando un suono che lei stessa ha definito "narco-swing". È un album di difficile impatto, che dapprima colpisce solo per la particolarità del suo esasperato anacronismo, e poi lentamente ci accoglie in un mondo familiare che molti conosciamo solo attraverso foto e filmati d'archivio (e "Mad men").

Lana Del Rey trova in Dan Auerbach dei Black Keys il collaboratore ideale per esplorare ancora più a fondo l'immaginario "Americana" che ispirò il suo alter-ego. Le icone, i luoghi ("West Coast"), i valori ("Money power glory") sono ancora una volta mescolati e usati sapientemente per ricreare epoche che, per questioni anagrafiche, Lana non può avere vissuto. Ma non sono che dettagli, scenografie e oggetti di scena: l'occhio di bue è sempre sui personaggi dannati e tormentati che sceglie di interpretare (lasciando ambiguo il confine tra autobiografia e finzione). C'è la donna vittima di un uomo violento, forse addirittura il capo di una setta ("Ultraviolence"), quella che ama un tossicodipendente ("Shades of cool"), quella che usa il sesso per arrivare al successo ("Fucked my way up to the top"). E poi arriva l'altra donna: dopo tanti ruoli da femme fatale, Lana entra nei panni della moglie chiusa in una casa piena di "giocattoli sparpagliati ovunque" mentre lui la tradisce – e lo fa con l'unica cover della raccolta. "The other woman", resa famosa da Nina Simone, è una delle performance vocali migliori della sua carriera ed è l'apice della sicurezza di un'artista più consapevole e, si spera, abbastanza abituata alle critiche inutili da permettersi il lusso di ignorarle.

Nonostante un alter-ego così ingombrante e impostato, Elizabeth Grant si è presa molte libertà in quest'album e ha dimostrato che può essere allo stesso tempo la più tarocca e la più originale del panorama pop. Peccato che sia troppo tardi per convincere i detrattori che dietro alla maschera si nasconda una cantautrice e interprete di grande talento.
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