«LOUDER - Lea Michele» la recensione di Rockol

Lea Michele - LOUDER - la recensione

Recensione del 10 mar 2014 a cura di Pop Topoi

La recensione

La settimana scorsa, Idina Menzel era sul palco del Dolby Theatre - alla cerimonia di premiazione degli Oscar - per cantare "Let it go", ovvero la Miglior Canzone tratta da una colonna sonora secondo l'Academy quest'anno. Dopo decine di ruoli (e premi) a Broadway, "Frozen" ha dato all'attrice quarantenne il grande successo – quello che i musical in teatro non possono dare, quello che un'interprete di talento prima o poi va a cercare nel mercato discografico. Menzel, infatti, tra il 1998 e il 2004 ha pubblicato ben tre album, ma sono stati dei flop micidiali.
Questa non è la recensione fuori tempo massimo di un album di Idina Menzel, ma è come se lo fosse. Perché anche Lea Michele, nata a Broadway e cresciuta coi musical (sebbene in formato televisivo), ora sta tentando la strada della popstar. Volendo unire altre puntini, le due hanno perfino lavorato insieme in "Glee": interpretavano madre e figlia.
In quel telefilm (che è stato divertente per mezza stagione nel 2009 e per qualche motivo va ancora avanti), Michele si è confrontata con classici di tutti i generi e tutte le ere, dagli showtunes ai Journey, da Barbra Streisand a Lady Gaga. Le sue interpretazioni sono sempre state tanto impeccabili quanto esagerate, ma era richiesto dal personaggio: una perfezionista mossa dall'originalissimo sogno di diventare una stella eccetera. "Louder", il suo primo album di inediti fuori dal contesto di "Glee", era l'opportunità di provare un approccio diverso e capire cosa fosse in grado di fare con produzioni e arrangiamenti più contemporanei, ma il personaggio di Rachel Berry deve essersi impossessato della sua attrice. Ovvero: puoi togliere la ragazza dal musical, ma non puoi togliere il musical dalla ragazza.
Lea Michele urla e poi urla di più, e dove crede di aggiungere passione e intensità, porta solo monotonia (e altre urla). Ci sono rari momenti in cui trova la misura giusta, e le strofe del primo singolo "Cannonball" e della minimale "Battlefield" (entrambe scritte da Sia) ne sono la dimostrazione, ma con l'arrivo del ritornello, ogni sfumatura viene cancellata dalla necessità di sfoggiare doti che già conosciamo. In questo senso il titolo dell'album è fedele ai contenuti: la cantante fa a gara con se stessa per salire sempre più in alto con la voce, forse dimenticandosi che non siamo seduti nell'ultima fila del teatro. Ma se il disco non funziona, non è del tutto colpa sua: gli arrangiamenti delle tante ballate sono pigri e monotoni mentre i pezzi uptempo sfruttano suoni rubati all'EDM contemporanea con disarmante prevedibilità (e speriamo siano davvero gli ultimi dubstep breakdown che sentiamo nel 2014).
Sebbene Lea Michele non voglia giocare nel campionato di Miley Cyrus, qui non può nemmeno confrontarsi con altre popstar per famiglie: Ariana Grande è di gran lunga più divertente, Demi Lovato è stata più fortunata sia con le ballate ("Skyscraper") che con il bubblegum ("Heart attack"), e se c'è spazio per una brillante attrice di Broadway convertitasi a noiosa popstar, dovranno dircelo i dati di vendita. Alla fine Idina Menzel è tornata ai musical e pare se la cavi bene.
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