«MUSIC FROM AND INSPIRED BY 12 YEARS A SLAVE - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - MUSIC FROM AND INSPIRED BY 12 YEARS A SLAVE - la recensione

Recensione del 05 mar 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

L'Oscar 2014 lo ha vinto il film di Steve McQueen e non questo disco che pure avrebbe meritato: il meglio dell'anno, probabilmente, insieme all' "Inside Llewyn Davis" orchestrato da T Bone Burnett, nella costruzione di un racconto sonoro rigoroso, empatico e coerente alla narrazione cinematografica. Il termine colonna sonora, in questo caso, è improprio, perché come suggerisce il suo titolo l'album contiene (poca) musica tratta dalla pellicola, accanto a brani ispirati o tematicamente vicini alle drammatiche vicissitudini raccontate sul grande schermo e nelle memorie datate 1853 di Simon Northup, uomo libero rapito e venduto come schiavo nelle piantagioni della Louisiana. Distinguo a parte, va detto che la sinergia tra Hollywood, i musicisti e le case discografiche ha preso una piega interessante, portando (dai tempi di "Oh brother, where art thou"', forse il capostipite del genere) a un recupero intelligente - e spesso anche commercialmente redditizio - dello straordinario serbatoio della musica tradizionale o "vintage" americana. Succede anche qui, anche se a leggere il cast e il nome del curatore, il talentuoso ma a volte troppo affettato John Legend , qualche perplessità poteva anche sorgere. Si poteva temere, insomma, una deriva glamour e patinata in stile nu r&b, e invece niente affatto: il disco è nudo e crudo, sincero e vibrante come la pellicola nel suo attingere quasi senza compromessi alle sorgenti della cultura afroamericana, lo spiritual, il blues e i canti da lavoro.

Tra i frammenti di incidental music composti per il film dal Re Mida Hans Zimmer ("Il Re Leone", "Il gladiatore", "Il cavaliere oscuro"), le gighe e i valzer di marca irlandese suonati dal violinista Tim Fain e i gospel cantati dai protagonisti del film, sono soprattutto le stelle e stelline della black music e della scena pop rock contemporanea arruolate per l'occasione a fare la parte del leone, mescolando standard e materiali originali in perfetta adesione all'umore della narrazione e ai temi forti che la sottendono: a cominciare dallo stesso Legend che, in "Roll Jordan roll" ricorre alle sovraicisioni vocali per un a cappella di grande suggestione mentre in "Move" - coadiuvato dal cantante, chitarrista, produttore e dj inglese Fink - sviluppa un'atmosfera tesa e ossessiva su una sola nota di chitarra, e tanti saluti - per questa volta - alla morbidezza vellutata e a volte stucchevole della sua produzione più mainstream. Considerazioni analoghe possono valere per la superdiva Alicia Keys , raramente ammaliante e convincente come in questa "Queen of the field (Patsey's song)" dove il suo splendido timbro vocale e il suo pianoforte si accompagnano a un ritmo felpato trattato con discreti e poco appariscenti elementi elettronici: una bella dimostrazione di forza e una medaglia al valore per un'artista che a distanza ravvicinato del suo duetto "international pop" con Giorgia si dimostra capace di giocare su un tavolo completamente diverso.

La under 30 inglese Laura Muvla è un'altra sorpresa, e nella classica "Little girl blue" di Rodgers & Harts sfodera tra voce, spazzole e pianoforte una prova matura da interprete di torch songs che sarebbe piaciuta a Nina Simone. Un altro giovane, il bluesman texano Gary Clark Jr., razzola come nel cortile di casa sua tra gli arpeggi acustici e il falsetto di "Freight train", gracchiante come se provenisse da un vecchio grammofono o da una radio in radica, così come tra le note pungenti, crepuscolari e dolenti di "(In the evening) When the sun goes down" già nel repertorio di Mr. Skiffle Lonnie Donegan.

Spiazzano gli Alabama Shakes della volitiva Brittany Howard, che abbandonate temporaneamente le sonorità soul ed elettriche del loro disco di esordio del 2012 si tuffano nelle atmosfere tenebrose di "Driva man", un jazz blues con piano barrelhouse, sax e cornetta che rende omaggio al classico "We insist! Freedom now suite" di Max Roach e Oscar Brown. Con forse minore efficacia, anche i bianchi Chris Cornell e Joy Williams dei Civil Wars sparigliano le attese con una scelta più eretica, una ballad bluesata ma contemporanea, elettrica e fragorosa che è la principale eccezione al tono rigorosamente "roots" della collezione. Il clima resta scuro, minaccioso, inquieto, come i temi e gli episodi affrontati dal drammatico racconto: una cappa umida e pesante che si dissolve solo in "What does freedom mean", un gospel-funk-soul gioioso e liberatorio di cui si incarica Cody Chesnutt , neo working class hero afro con l'elmetto in testa che dell'orgoglio nero ha fatto una delle sue bandiere. E' la catarsi di un percorso di soprusi, umiliazioni e sofferenza che il disco ispirato a "12 years slave" riflette con genuina partecipazione: in questo molto più vicino ai sentieri polverosi del Sud degli States che al red carpet del Kodak Theater di Los Angeles
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