«WHEEL OF TALENT - Fleshtones» la recensione di Rockol

Fleshtones - WHEEL OF TALENT - la recensione

Recensione del 17 feb 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Ormai abbiamo quasi perso il conto dei dischi pubblicati dai Fleshtones – 20 abbondanti, senza dubbio, dal 1982 (anche se loro esistono dal 1976). Ma, per una volta, chi se ne frega dei numeri? Quando esce un nuovo album dell’unica, vera, inaffondabile party band superstite del grande garage rock a stelle e strisce bisogna solo pensare a procurarsi una bella borsata di birre, un po’ di amici che siano iniziati al culto e un posto dove rintanarsi tutti assieme a sentire il disco, bevendo e facendo festa.
E allora partiamo con le danze.

Chiariamo subito che di sorprese grosse non se ne trovano, in questi brani. E a dispetto dell’apertura (che, chissà per quale balzana idea in fase di produzione e arrangiamento, si presenta con un riff invadente suonato da una sezione d’archi davvero trash e anni Ottanta), questo è un lp di puro American rock’n’roll dei Sixties. Che è poi quello che i Fleshtones fanno da sempre, con fortune alterne ma status indubbiamente di culto.
Certo, come accade quasi dai primi vagiti della band, la vera esperienza illuminante coi Fleshtones è quella live, per cui la dimensione più ordinata e rigorosa della registrazione in studio li rende leggermente più rigidi e legnosi rispetto all’entità goduriosamente anarchica e rock’n’roll che, invece, possiedono su un palco.



“Wheel of talent”, in breve, è un ottimo disco. Bello perché fedele a uno stile ben definito e al contempo capace di non stancare, nonostante la formula sia semplice, sempre uguale da tanto tempo. E, paradossalmente, i Fleshtones suonano più ispirati ed energici oggi (con alcuni membri più vicini ai 60 anni che ai 50) di una quindicina d’anni fa.
Per quanto scontato e stereotipato possa sembrare, è perfettamente inutile segnalare un pezzo piuttosto che un altro: “Wheel of talent” è il consueto bundle di brani che funzionano singolarmente e tutti insieme. Come accade per i migliori dischi di genere. Unica menzione, ma per motivi prettamente legati alla passione per la storia del rock, va a “Remember the Ramones” (una affettuoso e riverente omaggio alla band di New York, che ai tempi del CBGB’s divise il palco più volte coi nostri) e alla delirante cover in spagnolo di “I see the light”, perla del 1967 firmata dai Music Explosion di Mansfield, Ohio (era la b-side della famosissima “Little bit o’ soul”).
Vale davvero la pena procurarsi questo nuovo album dei Fleshtones, che esce per una label indipendente bella tosta (con artisti mica da poco nel proprio catalogo): la Yep Roc.
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