«DIZZY HEIGHTS - Neil Finn» la recensione di Rockol

Neil Finn - DIZZY HEIGHTS - la recensione

Recensione del 13 feb 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Inseguito a vita dai fantasmi molto terreni degli Split Enz e dei Crowded House , i gruppi che gli hanno regalato status e successo (molto più all'estero che in Italia, dove li conoscono in pochi) il cinquantacinquenne melodista neozelandese Neil Finn ha deciso di volare alto con "Dizzy heights", il terzo album solista che tiene fede al suo titolo ascendendo ad altezze vertiginose con un balzo energico e anche spiazzante. E' un maestro riconosciuto del pop, Finn, un sopraffino artigiano capace di smontare e rimontare gli ingranaggi della canzone, e lo dimostra anche in questa occasione. Ma ha sempre avuto il gusto della sfida (il suo primo disco solo si intitolava "Try whistling this", provate a fischiettare questa, e conteneva già una ballata a tema "spaziale" come "Astro"), che manifesta soprattutto quando si allontana dall'ombra del fratello maggiore Tim, e nel produttore Dave Fridmann ha trovato un collaboratore capace di esaudire i suoi sogni più audaci. E', costui, il messaggero neo-psichedelico che ha colorato il mondo sonoro di Mercury Rev e dei Flaming Lips , dei Tame Impala e degli MGMT , un espressionista incline al barocchismo e all'iperbole che Finn ha voluto per la sua capacità di conferire alla musica forme strane, di "sovvertire le cose e di farle suonare un po' incasinate e non così ovvie, piuttosto che concedere troppo al buon gusto, che è sempre una tentazione".

Detto fatto: mescolando questi ingredienti nei rispettivi home studios di Auckland e nell'Upstate New York, i due hanno prodotto intrugli effervescenti e dal sapore strano, andando qualche volta sopra le righe. Prendiamo "Divebomber", l'esperimento più azzardato che (anche in un video diretto dallo stesso Finn e pubblicato sul suo canale YouTube) rende omaggio all'omonimo film girato ai tempi della Seconda Guerra Mondiale: una vertigine sinfo-pop in cui il falsetto di Neil si srotola sopra i ronzii laceranti di bombardieri in picchiata, tra ritmi marziali, archi, cori angelici alla Beach Boys e un finale malinconico per pianoforte. Una cosa così te la aspetteresti da Wayne Coyne, più che da un Crowded House, e forse quello è un caso in cui ambizione e voglia di strafare hanno prevalso sull'ispirazione. L'apertura di "Impressions" è altrettanto sorprendente ma molto più riuscita, una ballata di "psychedelic soul" alla Isaac Hayes periodo "Hot buttered soul". Sensuale e sognante, inghiottita in un universo parallelo, punteggiata da altri cori celestiali, chitarre acide e nastri al contario, è un capitolo nuovo e indica forse un sentiero interessante da percorrere anche in futuro.

Le altre tracce viaggiano su rotte diverse, e restituiscono - a tratti - un Finn più riconoscibile e familiare (anche in senso letterale, perché alle sedute di registrazione hanno partecipato la moglie Sharon, sua partner nel progetto Pajama Club, e i figli Elroy e Liam): "Dizzy heights" sfodera la dolcezza vellutata dei Prefab Sprout e synth anni '80, "Flying in the face of love" un basso funky e rotolante sotto un motivo accattivante, "In my blood" un elegante electro-pop cameristico e una delle melodie più lineari di un disco tutt'altro che immediato. Anche "Better than TV" sarebbe una bella e semplice canzone d'amore, non fosse così densa e trafficata, mentre l'intimismo di "White lies and alibis" è disturbato da impreviste dissonanze: ancora melodia e textures, acustica ed elettronica, in un gioco cromatico di contrasti che è l'architrave di tutto il disco.





Voleva un disco moderno e contemporaneo, Finn. E così strizza l'occhio all'indie rock del Duemila, tra le chitarre "fuzz" e i ritmi sostenuti di "Pony ride", e alle tematiche d'attualità (l'isolamento dell'uomo contemporaneo intrappolato dalla tv e nella rete di Internet: "Recluse" cita i grandi autoesiliati della storia - Howard Hughes, Greta Garbo, Sly Stone, lo scacchista Bobby Fischer - e forse avrebbe potuto entrare nel repertorio dei Radiohead). Ma anche un album onirico e personale: "Lights of New York", che lo chiude, è un'istantanea metropolitana che si dipana eterea tra rumori di fondo e sirene, scivolando progressivamente in un buco spaziotemporale. Le reazioni, com'era immaginabile, non sono univoche: per qualcuno (Pop Matters) "Dizzy heights" è il nadir della produzione del grande melodista "down under", un flop. Per altri un coraggioso passo avanti. E' un disco a cipolla, a strati. E bisognerà farlo sedimentare per capire che cosa è destinato a rimanere nel tempo, la buccia colorata o la polpa melodica, l'esercizio stilistico o il tentativo di sperimentazione art-rock. Sicuramente non lo si potrà catalogare come "un altro disco di Neil Finn", e già non è un risultato di poco conto.
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